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Il Regno Unito ha riperso il controllo

Di Sara Corrieri

Vox populi! Il cittadino comune ha parlato, l’Unione Europea non fa abbastanza “british” e si attende la ahimè scontata sentenza finale del Parlamento.

Io un’idea ce l’ho, un quadro generale sui possibili effetti pure, ma non lo scriverò qui. Non sono laureata in politiche internazionali e un esame di economia mi è bastato ed avanzato pure ma sto provando a capire, da studentessa di comunicazione, cosa ha spinto l’inglese medio a votare ‘Leave’. Su quali punti (azzeccati direi, a questo punto) si è articolata la campagna ufficiale ‘Vote Leave’? Come Farage e il suo UKIP hanno strumentalizzato l’euroscetticismo del partito a fini persuasivi?  Se avessi mezzi e capacità per riportarvi qui un’analisi punto per punto del piano di comunicazione adottato dai sostenitori della Brexit lo farei senza dubbio, ma proverò a dare un’idea di come una comunicazione efficace, seguita da argomentazioni ad effetto, possa cambiare il corso della storia, in un referendum. Partiamo dallo slogan, che afferma VOTE LEAVE, TAKE BACK CONTROL

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Gli inglesi sono un popolo fiero, altezzoso, legato alla storia e alle tradizioni, impostare una campagna come critica a una scelta passata, come un’implicita ammissione di fallimento avrebbe colpito nell’orgoglio i nostri lord. La formula del ‘Prendere nuovamente il controllo’ punta a ricordare il ruolo di responsabilità che la Gran Bretagna ha sempre conservato nel panorama europeo, la sua unicità e potenzialità che può essere sfruttata al massimo solo se sottratta al “caos” dell’Unione Europea e riportata all’ “ordine” della propria nazione.

Secondo punto,alquanto spiazzante: la campagna in nessun punto mette in dubbio il concetto ideale d’Europa ma demolisce sistematicamente l’UE in quanto organo politico ed economico. Lo slogan “WE LOVE EUROPE, THE PROBLEM IS THE EU”  rende bene l’idea credo. Tutto si concentra su una visione degli organi comunitari (Parlamento in primis) come un insieme di tiranni, una serie di catene che stritolano l’economia inglese tagliandone le ali e azzerandone le possibilità. La tecnica argomentativa utilizzata è chiara: un “noi” inclusivo (vittima) che fronteggia a spada tratta il suo carnefice, un “voi” esclusivo connotato negativamente. La campagna è piena di fallacie, tanto care alla comunicazione politica quanto efficaci in quella pubblicitaria: l’argomentum ad metum (l’appello alla paura) viene sfruttato appieno sul tema dell’immigrazione e sul terrore costruito attorno ai “ladri del lavoro”, additati come principale causa della disoccupazione inglese. La futura adesione di Albania, Montenegro, Macedonia, Serbia e Turchia viene considerata un vero e proprio male nero.
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Non poteva mancare, in pieno stile inglese, un forte richiamo alla patria: l’argomentum ad populum è proprio quella (infallibile) tecnica argomentativa che consente di persuadere il proprio interlocutore facendo appello al sentimento del popolo (anche se c’entra poco nel contesto discorsivo di riferimento).
GREAT BRITAIN IS A GREAT COUNTRY: quinta economia al mondo, quarta potenza militare, quattro delle migliori università (e quindi? C’avete tutto voi, chiaro.) Festeggia intanto Nigel Farage, leader del partito euroscettico Ukip, dopo lo scivolone mediatico che lo ha visto pessimista alla chiusura dei seggi. Grande gioia quando si è accorto di aver (quasi) realizzato il suo tanto agognato sogno di un Indipendence Day, trasformato subito in hashtag di tendenza su Twitter. Festeggerà di buon grado anche lo staff che ha seguito la “no campaign” in questi mesi. Eppure quando si parla di Brexit non trovo alcun motivo per festeggiare.

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