Sport

Siamo tutti testimoni

di Vincenzo Marchitto

8 Luglio 2010, Stati Uniti.

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È in onda su ESPN uno speciale di circa 75 minuti, interamente dedicato ad un ormai ex giocatore dei Cleveland Cavaliers, il quale sta per annunciare in diretta nazionale quale sarà la sua futura squadra. Quel giocatore è LeBron James. Questo momento passerà alla storia come qualcosa di mai visto prima, anche perché un atleta con un tale impatto mediatico globale non si era effettivamente mai visto. Con la famosa “The Decision” (così viene intitolata la trasmissione) LeBron annuncia al mondo intero che il suo tempo a Cleveland è terminato: “I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat”.

Nato e cresciuto nei malfamati quartieri di Akron (non esattamente Downtown insomma), ed avendo da sempre dimostrato un particolare attaccamento per la sua città, la decisione di LeBron scatena un incredibile serie di critiche ed insulti da parte dei suoi sostenitori, tra i quali il proprietario dei Cleveland Cavaliers Dan Gilbert, che che promette ai propri tifosi che I Cavs riusciranno a vincere un titolo prima che il 23 ne vinca uno.

La Florida, le spiagge, il mare, Miami Beach, le barche, e LeBron James. L’uomo da Saint Vincent Saint Mary High School è ormai un icona, un hype così vasto intorno ad un atleta sportivo era impensabile. Persino il più famoso 23 aveva vissuto una fama meno pesante, forse anche grazie ad una diversa attitudine, ed una consapevolezza del proprio personaggio più elevata. “Sei il migliore, sei un predestinato, you’re The Chosen One (sei il prescelto)”. Il 18 febbraio del 2002, a soli 18 anni e 50 giorni, finisce in copertina sulla rivista sportiva più famosa d’America e del mondo, Sport Illustrated. Io non ho mai letto il mio nome neanche sul giornalino scolastico al liceo. La pressione che LeBron James ha dovuto sopportare sin da giovanissimo è inimmaginabile, difficile, probabilmente impossibile da gestire per qualsiasi essere umano.

ESSERE UMANO, appunto, lui non appartiene a questa categoria.

LeBron migliora sempre di più a Miami, una macchina creata per battere record su record ogni giorno che passa, al fianco del suo fedele amico e team-mate Dwyane Wade. Manca ancora qualcosa al 23, (ah no, al 6, perché cambia anche numero oltre che squadra) l’anello. Anello che non arriva il primo anno. I Miami Heat devono arrendersi al miglior marcatore europeo nella storia della lega, Dirk Nowitzki e i suoi Dallas Mavericks. L’anno successivo gli viene consegnato per la terza volta in carriera il titolo di MVP della regolar season. In finale di Conference realizza una delle sue migliori prestazioni di sempre. Mette a referto 45 punti, 15 rimbalzi, e 5 assist in gara 6 contro i Boston Celtics il tutto con il 73% dal campo. LeBron è pronto, è il suo momento. I malcapitati Oklahoma City Thunder vengono spazzati via dalla furia del Re che diventa campione NBA per la prima volta nella sua carriera.

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Il 2013 è considerato probabilmente il suo anno migliore. Il prescelto alza ancora di più il suo livello, è sempre più dominante su entrambi i lati del campo, e raggiunge ancora una volta le Finals. La serie con i San Antonio Spurs è considerata dai più una delle più belle e combattute degli ultimi anni. Il re realizza due triple doppie (in gara 1 e in gara 6) vincendo la serie alla settima, aggiudicandosi il suo secondo anello, e il suo secondo Bill Russell Trophy (MVP delle Finals, premio che prendo il nome dalla leggenda dei Boston Celtics). La stessa finale si ripeterà l’anno successivo, con un risultato decisamente diverso. La sua quarta finale NBA consecutiva termina 4-1 per i San Antonio Spurs dell’MVP della serie Kawhi Leonard, l’esatta nemesi di LeBron. Un impressionante difensore che mette le sue lunghissime mani sul titolo, e si prende la corona di LBJ.

11 Luglio 2014 D.C, o meglio 51 D.MJ.

LeBron invia una lettera alla redazione di Sport Illustrated. Qui, ne riporto solo alcune righe:

“Prima che qualcuno si interessasse di dove avrei giocato a basket, ero solo un bambino del Northeast Ohio. È dove ho camminato, dove ho corso, dove ho pianto, dove ho sanguinato. Le persone mi hanno vinto crescere, mi sento come un loro figlio. La mia relazione con questa terra è più grande della pallacanestro, quattro anni fa non l’ho realizzato, adesso sì. Miami è stato per me come il college per gli altri ragazzi, mi ha aiutato a crescere per diventare ciò che sono oggi. Sarà per sempre la mia seconda casa. Ci sono andato anche per D-Wade e CB, sapevo che potevamo fare qualcosa di magico, ed è quello che è successo. La cosa più difficile è lasciare quello che abbiamo costruito insieme, siamo fratelli per la vita ormai, e questo non cambierà.

Quando lasciai Cleveland ero come in missione. Volevo vincere, e ho vinto due titoli. Ma Miami conosceva già quell’emozione. La mia città no. Il mio obiettivo è quello di vincere più anelli possibili, su questo non c’è dubbio. Ma è più importante per me portare il titolo in Ohio. Ho sempre creduto che un giorno avrei fatto ritorno a Cleveland per finire lì la mia carriera. Non sapevo bene quando, ora lo so. La lettera di Dan Gilbert (proprietario dei Cavs), gli insulti, la mia maglia bruciata, mi hanno fatto dire – okay, non tornerò mai più – ma poi ci ho riflettuto meglio, e tutti commettono errori. Non prometto un titolo subito, so quanto difficile e lungo è tale processo, ma ora sono cambiato. Ora sono più maturo, mi vedo come un mentore, e non vedo l’ora di guidare i miei compagni e crescere ancora di più insieme a loro. Non vedo l’ora di aiutare Kyrie a diventare una delle migliori point guard della lega.

In Northeast Ohio niente è assicurato, devi sudare per ottenere ciò che vuoi. Sono pronto ad accettare la sfida, sto tornando a casa”.

Mi commuovo mentre scrivo. Mi commuovo perché la storia che vi sto raccontando, e che sto per raccontarvi è una delle più belle favole sportive di sempre. Chiamatemi pazzo, idiota, come volete, ma è così.

Il re è a casa, rimette la 23, quella con cui tutto è cominciato, quella del prescelto. I SUOI Cavs (perché ora sono ufficialmente suoi) ci mettono un po’ per capire che quando hai LeBron James in squadra se non sputi sangue in campo, sei fuori. Arriva la finale, la quinta consecutiva. 5 finali NBA consecutive, non male il ragazzo. Gli avversari sono i Golden State Warriors, una squadra giovane, perfetta, imbattibile. La squadra del giocatore rivelazione dell’anno, l’MVP in carica, nonché nuovo volto della lega di pallacanestro più famosa del mondo. Tale Wardell Stephen “Steph” Curry II, Akron, 14 marzo 1988. Sì avete letto bene, AKRON, Summa Akron City Hospital, lo stesso ospedale dove quattro anni prima Gloria Marie James partorì LeBron, il mondo è piccolo. Ma torniamo alle Finals. Il 23 mette in atto prestazioni leggendarie: 44 in gara 1, tripla doppia in gara 2 e in gara 5, ma non basta. Senza i suoi due fidati scudieri Kyrie Irving e Kevin Love, out per infortunio, LeBron deve arrendersi allo strapotere del quintetto della morte (così viene chiamato il quintetto anti Cavs di Golden State). Gli Warriors si aggiudicano il titolo NBA dopo 40 anni. A Cleveland la festa è rimandata.

2016.

Si riparte da zero, si migliora ancora. LeBron James continua a macinare record: diventa il più giovane giocatore a raggiungere quota 26.000 punti. Viene incluso nel primo quintetto stagionale, per la decima volta nelle ultime tredici stagioni. Nel corso della postseason supera Tim Duncan e Shaq’ rispettivamente al quinto e al quarto posto nella lista dei migliori marcatori dei Playoffs, (diventando l’unico giocatore ad essere nella top-five all-time ai PO in punti, assist e palle rubate) e Jason Kidd al terzo posto nella classifica dei migliori assistmen nella storia dei Playoff. Scrive storia ogni giorno, ogni partita. Altro giro altra corsa, arriva la sesta finale consecutiva. LA SESTA FINALE NBA CONSECUTIVA. Contro di lui di nuovo Stephen Curry, il miglior tiratore di sempre, MVP per la seconda volta di fila, l’uomo che gli ha tolto la corona di miglior giocatore, e lo ha battuto l’anno precedente.

Il momento della rivincita è finalmente arrivato, ancora una volta è Cleveland Cavaliers – Golden State Warriors. Si mette subito male per i Cavs, la prima gara è disastrosa, la seconda meno, ma stesso risultato, è già 2-0. Gli Warriors sono padroni fisicamente e mentalmente della serie. Si vola a Cleveland. Gara tre è una perfetta risposta, un incredibile vittoria che riaccende le speranze del popolo dell’Ohio (2-1). C’è la possibilità e la necessità di pareggiare grazie al fattore campo in gara 4, per restare aggrappati alla serie, niente da fare. Gli Warriors fanno 3-1. I Cleveland Cavaliers sono sull’orlo del baratro, mai nessuna squadra è riuscita a rimontare uno svantaggio del genere nella storia. Sembra già finita, è già finita per tutti. Si tratterebbe di un impresa sportiva senza precedenti. La baia aspetta i cavalieri, sfavoriti dai pronostici ora più che mai. In gara 5, LeBron e Kyrie Irving sono protagonisti di una delle prestazioni più incredibili di sempre: 41 punti, 16 rimbalzi e 7 assist il primo, 41 punti e 6 assist il secondo. È la prima volta nella storia delle NBA Finals che due compagni di squadra segnano entrambi almeno quaranta punti nella stessa gara. Davanti a più di 20.000 tifosi avversari i Cleveland Cavaliers mandano un serio messaggio a Steph e compagni, i Cavs sono vivi. Gara 6. Secondo match point consecutivo, stavolta però fuori casa per gli Warriors, che devono a tutti i costi chiudere i giochi ed evitare la settima. Mmm, peccato che quello con il 23 decida di allacciarsi le scarpe e di dimostrare ancora una volta al mondo intero chi è il più forte giocatore del pianeta, dando inoltre un tremendo schiaffo morale a tutti quelli che non lo ritengono decisivo. Altri 41 punti e una decina di record battuti. Ora spiegatemi come può un essere umano segnarne 40 in due gare “win or go home” (così come si dice in gergo americano) in una serie finale, no, non è possibile, tutto questo non è reale.

Quali sono le parole più belle del mondo per un cestista? “GARA SETTE”. E gara 7 sia, la resa dei conti, chi vince porta a casa l’anello, e per di più si gioca ad Oakland. Secondo ESPN, Cleveland ha il 23% di possibilità di vincerla. Golden state inoltre, non è mai stata sconfitta due volte di fila durante l’anno. Ma questa è gara 7. La partita è bellissima, da vedere e rivedere mille volte, le squadre si equivalgono fino all’ultimo, poi accade qualcosa.

Pari 89, mancano due minuti alla fine. I Golden State Warriors partono in contropiede; Steph Curry arma la mano di Andre Iguodala il quale alza il layup che porterebbe i suoi a più due. LeBron James corre verso di lui, salta e inchioda il pallone al tabellone. Un gesto atletico clamoroso che non dimenticherò mai per il resto della mia vita, una dimostrazione di dominio totale che uccide mentalmente l’avversario e ammutolisce l’intera arena. Non è stata una semplice stoppata, era un azione divina, mistica, sovrannaturale. Dall’altra parte Kyrie Irving, un ragazzo di 23 anni con uno  sconfinato talento, mette una tripla di monumentale importanza e di pregevole fattura in un momento in cui la palla pesa come una montagna. È finita. I Cleveland Cavaliers sono campioni NBA, per la prima volta nella storia della franchigia.

LeBron si inginocchia sul parquet della Oracle Arena, e piange. Piange perché non ha vinto una semplice partita o un semplice titolo. Non ha vinto una squadra, ha vinto una città intera, una comunità, un paese. Ha vinto lo sport, ha vinto il basket. “CLEVELAND, QUESTO È PER TE” urla Il Re ai microfoni di ESPN.

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LeBron James ha mantenuto la promessa, ha reso vincente una squadra maledetta. Siamo testimoni di un impresa sportiva senza precedenti, siamo testimoni di un giocatore senza precedenti. Diceva sempre “I Promise”, e ha mantenuto la promessa. Siamo tutti testimoni della sua grandezza, e della sua incredibile forza di andare avanti e migliorarsi sempre anche in mezzo ad una bufera di critiche, e con gli occhi del mondo sempre puntati addosso.

Ce l’ha fatta LeBron, ancora una volta ha vinto lui, ancora una volta

Siamo tutti testimoni.

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