Sport

Leicester: l’uomo senza qualità o apologia dell’uomo comune

di Vincenzo De Matteo

Il Leicester ha vinto la Premier, questo è un fatto, ma non ha nulla di logico e razionale. Si potrà usare l’immaginazione del mondo intero, ma continuerà ad essere privo di senso. L’unico dato indiscusso è che questa vittoria sia la favola del momento e degli anni a venire, il sogno diventato realtà, come i tifosi delle Foxes amano giustamente ripetersi. Da dove cominciare, quindi, per raccontare a qualcuno che ancora non conosce (se esiste) la favola delle volpi inglesi?

Come sintetizzare l’importanza della loro impresa, non tanto sportiva quanto quella umana? Credo ci sia un momento ben preciso che possa racchiudere l’essenza di questa magia, un momento che è emblema di tutto ciò che ha permeato l’intera vicenda sin dalle prime battute.

Credo ci sia un momento ben preciso che possa racchiudere l’essenza di questa magia, un momento che è emblema di tutto ciò che ha permeato l’intera vicenda sin dalle prime battute.

È il giorno x di x (dove x rimane volutamente incognita proprio per la sua futilità cronologica o temporale nell’azione in questa Storia) e il Leicester gioca contro il Liverpool (questo sì, si dice per rispetto di una squadra dalla gloriosa storia quanto dallo sconsolato presente). Le due squadre si affrontano a viso aperto eppure il primo tempo termina a reti inviolate. Il Liverpool riparte nel secondo tempo decisamente forte, più convinto dei propri mezzi e pressa alto.

È il minuto x e il risultato è ancora sullo 0 – 0. Il Liverpool sta attaccando sulla fascia sinistra nella metà campo avversaria. La palla, però, viene intercettata da Mahrez che vede lontano, lontanissimo davanti a sé in cerca di salvezza, sta per chiudere gli occhi e lanciare, ma nello stesso istante si accorge che un suo compagno quasi al limite del centrocampo è pronto a scattare e allora lancia la palla veloce cercando il suo movimento; il compagno, Vardy, scatta rapidissimo su quelle due gambe quasi rinsecchite che si ritrova inseguito da due difensori avversari, siamo sui 35 metri, sta per raggiungere la palla e…e…

Ecco. È precisamente questo il momento. In una storia normale di normale “eroismo” si direbbe l’attimo anonimo di genialità che contraddistingue il talento dal comune.

E INVECE NO. Non è esattamente così.

L’illogicità del momento è dovuta proprio al fatto che quello lì, il numero nove del Leicester, quello che fino a pochissimo prima era un tizio comune, mingherlino, anche un po’ ingobbito dalla fatica per la verità, inventa esattamente quello che doveva essere inventato nel suo esatto istante in cui doveva essere inventato. Come se questo momento temporale e questa sua invenzione avessero passato l’intera esistenza alla ricerca l’uno dell’altro per incrociarsi adesso.

Vardy è famelico nella sua corsa verso il pallone, è braccato dai due difensori avversari, i suoi occhi non guardano che la sfera, ma sente senza occhi la porta e avverte il suo essere in parte sguarnita.

Chi avrebbe mai potuto sospettare una qualsiasi soluzione da un uomo comune?

L’attaccante, senza neanche rallentare la sua furiosa cavalcata, capisce che cercare lo scontro con gli avversari o fermarsi e tornare indietro con la palla non sono scelte proficue e allora decide per la strada più “semplice”. Il suo ultimo passo si allunga, il piede sinistro si impianta per bene a terra e con l’altro tira un calcione al pallone che sfila via rapido con la sua parabola perfetta e va ad insaccarsi perfettamente sotto la traversa gonfiando la rete e l’orgoglio di tanti tifosi per niente abituati a tali prodezze.

L’ambigua illogicità del momento sta nel suo essere contemporaneamente eccezionale e banale perché noi, ai fenomeni che dal normale tirano fuori l’eccezionale, noi siamo abituati, ma andiamo in confusione, invece, quando un tizio comune l’eccezionale lo fa diventare normale, quasi banale.

Questo illogico momento di genialità ci rende emotivamente contraddittori, ci rende felici e al tempo stesso maledettamente tristi perché vedere l’eccezionale da un fenomeno ci appaga della nostra mancanza di responsabilità, ma se è da un tizio comune che l’eccezionale viene fuori, allora tutto ciò ci colpevolizza della nostra pigrizia, della nostra accidiosa e svogliata apatia, della nostra mancanza di coraggio.

Al goal la domanda giusta non è “come diavolo ha fatto?”, ma “come diavolo ha fatto a PENSARLO?”

È l’uomo che, per una serie fortunata di favorevoli coincidenze, si fa “dio” oppure è l’uomo che per un attimo capisce di essere sé stesso “dio”?

Questo momento è motivazione, grinta? Volontà di potenza? Fortuna? O “soltanto” talento?

È ciò che fa vincere una Premier League a chi fino a poco prima continuava a crogiolarsi nella propria autolesionistica mediocrità e si faceva bastare a se stesso.

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