Attualità & Territorio

Il Re è nudo… e si sta masturbando

di Alessandro Bosco

Anche Brocchi sembra aver fallito. La debacle contro il Frosinone è solo l’ultimo atto di una lunga crisi. Una crisi che ha a che fare con le casse, con le relazioni private, con il rapporto con i vassalli e che è fondamentalmente una crisi d’immagine. Sì, non mi riferisco al Milan. Sto parlando di lui: Silvio Berlusconi. Se infatti non è proprio con i soldi che Berlusconi comincia a fare i conti, il problema del Cavaliere risiede nella sua stessa forza storica. Ed è proprio dalla storia che voglio cominciare.

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Mediaset, Milano 2, Milan, radio, giornali. Il Cavaliere ha costruito il suo successo elettorale sul suo successo personale. O meglio, sull’idea di questo successo sofisticatamene pubblicizzata. L’uomo d’affari onesto, concreto, disinteressato, con un grande amore per la sua terra, che mai aveva pensato di scendere in campo e che lo fa solo perché implorato dagli italiani. Il Cavaliere dei grandi numeri e delle grandi statistiche (entrambi sempre a suo favore). Il Cavaliere felicemente sposato, con un grande amore per la sua famiglia e per la famiglia in sé come nucleo fondamentale della società.

Un Cavaliere che da subito attira grande simpatia (la simpatia della maggior parte, evidentemente). Una simpatia che spesso si traduce in vera e propria fede incondizionata, paranoica identificazione. E alla simpatia della maggior parte vede affiancarsi l’antipatia-gelosia della minor parte che giocando sugli attacchi personali riesce a riprodurre sé stessa e spesso a diventare addirittura maggioranza.

Se il conflitto d’interessi, i processi a carico e la gestione autocratica del potere sono le accuse più specifiche che ricordiamo, di certo non possiamo non renderci conto, soprattutto con l’occhio di poi, di un altro fenomeno latente (ma nemmeno troppo) innescato dal Cavaliere: il processo di berlusconizzazione della politica italiana. Durante il ventennio si è stati pro o contro Berlusconi,  spettatori di Rai o Mediaset, lettori di Repubblica o dei “giornalini filo-governativi” e infine, in Champions, tifosi del Milan o di qualunque squadra avversaria.

Berlusconi ha monopolizzato e quindi personalizzato il dibattito politico italiano. E la cosa più grave che potesse succederci è esattamente l’abitudine (perché tale ormai era diventata) di accusarlo passivamente d’essere la causa esclusiva di questo processo. Questa tendenza di pensiero ha spinto molti di noi a credere, e probabilmente sperare, che finito Berlusconi sarebbe finito il berlusconismo. Una frase detta e ridetta sulla quale forse avremmo dovuto interrogarci di più.

Ma in realtà cos’è il berlusconismo? Abbiamo ostinatamente la capacità  di sovraccaricare processi storici e macrocosmici sulle nostre piccole realtà quotidiane, un’abitudine che spesso ci oscura l’osservazione. Da questo punto di vista potremmo dire che la superstizione è un fenomeno tutt’altro che scomparso.

E così abbiamo fatto stavolta sulla misera figura di un piccolo leader, perlopiù italiano.

Il berlusconismo non è altro che la declinazione all’italiana di un processo macrosociologico: la personalizzazione del potere. Un processo che ha radici storiche remotissime (che non staremo qui a ripercorrere), un processo che investe prima i rapporti interpersonali basilari (sociali) e poi le istituzioni e la politica. Un  processo che fa la sulla entrata sulla scena mediatica internazionale, e ne è al tempo stesso alimentato, ovviamente nel modello di democrazia a cui tutti aspiriamo: quella americana. È lì, e in particolare con presidenti del calibro di Roosevelt e Kennedy, che anche in democrazia la persona comincia a contare più dell’idea-ideologia, del progetto, dell’appartenenza sociale o della promessa-scambio.

Le vecchie organizzazioni e le vecchie élite fondatrici dello stato democratico devono arrendersi a questo vento nuovo che attraversa le viscere della società, risale le stanze del potere per ritornare giù sferzante e incontenibile grazie a giornali, radio e soprattutto TV.

Dall’America all’Europa e al mondo sempre più spazio ai volti dei leader politici, veri interpreti del pensiero popolare: Reagan, Thatcher, Clinton, Blair, Mitternad…

Uno spettacolo a cui in Italia si poteva già assistere negli anni ’80 e che bisognava esser proprio cechi per non vedere negli anni ’90: l’esplosione dei partiti e l’intrusione impetuosa nel primo vuoto disponibile di Forza Italia. Questa fase è il corrispondete italiano dell’entrata prepotente del corpo, del privato, della carne in politica. La carta su cui scommettere non sono più i programmi o le obsolete ideologie. Si giocherà tutto sulla passione, sull’attrazione, sulla persuasione del corpo.

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E a proposito di Forza Italia. Forza Italia è il primo esempio di Partito Personale. Una locuzione nuova che sta indicare non solo il processo di personalizzazione di cui parlavamo ma anche la definitiva sconfitta dei vecchi partiti. Una sconfitta non solo in termini di identità ma anche di organizzazione e peso politico. Ma il Partito Personale è anche altro perché rappresenta la fine di un concetto base dello stato moderno del regime democratico-partitico: il concetto dei “due corpi del re”. Il nostro Berlusconi non ha più un corpo politico con il quale esercita temporaneamente il potere e un corpo privato con il quale vive la sua vita tranquillamente al di fuori della sfera pubblica. La TV, i giornali, i giornaletti propongono di continuo l’immagine del leader in tutte le sue sfaccettature. Un’immagine seducente, rasserenante ma soprattutto potente in quanto tale. Un’immagine che quindi va protetta e preservata perché è dall’immagine stessa che emana il potere e quindi dall’immagine stessa che prende forza il partito, che infine ne diventa schiavo.

Se questa è un’analisi (semplicistica) dei processi alla base del successo di Forza Italia e del suo leader, non sarà difficile capire “dove voglio andare a parare”. Se questa immagine soffre, il partito soffre. Se questa immagine cresce, il partito cresce. Se quest’immagine viene meno, il partito viene meno.

Bene, allora non sarà difficile nemmeno elencare qualche evento dell’ultimo decennio: i problemi con la moglie, la crisi di governo prima e la perdita di pezzi storici del suo partito poi, qualche processo portato a termine e l’umiliante servizio sociale, la crisi delle aziende (non solo il Milan ma anche Premium per esempio con l’apertura a Vivendi), la vecchiaia con i suoi acciacchi e i suoi segni.

La faccia adorabile di Dorian Gray ha dovuto concedere sempre più spazio all’ingombrante ritratto e Forza Italia intanto calava nei sondaggi. La stabilità sotto il 15% è l’inevitabile conseguenza di questo processo di personalizzazione non accompagnato da alcun (saggio) tentativo di organizzazione e distribuzione interna del potere raccolto. Senza contare poi l’emergere di nuovi personalismi che da regionali spingevano e spingono per aver visibilità sul palcoscenico nazionale.

L’ultimo capitolo è quello romano e sembra raccontare di vera e propria perversione: l’appoggio incondizionato a Bertolaso sapeva di masochismo, autolesionismo divertito perché tronfio e  convinto.

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Nonostante la “masturbazione” però il Cavaliere (o “ex cavaliere”, si deve ancora capire) è riuscito forse a recitare l’ultimo atto della sua parte nello spettacolo personalistico all’italiana: l’appoggio a Marchini. Uomo storicamente del centro-sinistra  (votò anche PCI), Marchini potrebbe essere l’incarnazione del testamento berlusconiano. Avrebbe quindi deciso, forse in preda alla senilità, di lasciare le sue eredità alla sinistra nemica di sempre? Ma no, non alla sinistra. Al suo leader, che è un’altra cosa.

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