Le vite degli altri

Nuove minoranze linguistiche

di Serena Russo

Come ormai molti di voi sapranno, studio da più di due anni e mezzo in un college americano nei Paesi Bassi chiamato University College Utrecht (UCU). Fino ad ora mi sono sempre divertita a criticarlo nei miei articoli, ma vi avevo promesso, ormai un bel po’ di tempo fa, che un giorno avrei finalmente scritto un articolo un po’ più serio, che dimostri i motivi per cui sono fiera di studiare a quest’università (in fondo, ci sarà un motivo per cui l’ho scelta e per cui non sono fuggita a gambe levate dopo qualche mese, giusto)?! Non vi preoccupate, la mia goliardia non vi abbandona, anzi, stavolta mi prendo gioco di voi: se volete scoprire perché, leggete tutto l’articolo e infine godetevi il video in fondo alla pagina.

afbeeldingDomenica 31 gennaio è andato in onda un servizio sulla mia università nel programma televisivo “De kennis van nu” (letteralmente La conoscenza di ora; a voi sta interpretarne il significato più profondo) su uno dei canali nazionali olandesi, NTR. Questo servizio è stato dedicato ad un esperimento condotto dalla linguista Rosemary Orr (più famosa per il suo ruolo come mia tutor, però) riguardo ad un fenomeno che interessa il campus dove vivo, noto in linguistica come communication accommodation theory (la teoria dell’accomodazione comunicativa).

Partiamo dall’inizio. Dopo pochi giorni dall’arrivo al campus, mi trovavo alla mia prima lezione di Linguistica, una materia che ho imparato ad apprezzare fin da subito, quando la mia tutor si è presentata in classe per presentare un progetto a cui saremmo potuti essere interessati. Questo progetto consisteva in un impegno costante, per l’intera durata degli studi al campus, a sottoporci a una serie di registrazioni nella nostra lingua madre e in inglese. Lo scopo di questo esperimento era di costatare come, alla fine dei tre anni, il nostro accento fosse cambiato, e come si fosse magari omologato a un comune accento detto “the UCU accent” (l’accento di UCU). Sotto lauto compenso (ben venti euro a seduta), ho ovviamente accettato. In realtà non erano certo quei venti euro a semestre ad attirarmi (anche se fanno sempre piacere, sia chiaro!), quanto la mia curiosità morbosa di vedere fino a che punto, in effetti, il mio accento sarebbe riuscito ad adattarsi alla massa, e magari finalmente a non avere più quella sfumatura italo-americana-sangiorgese (più sangiorgese che americana, diciamo la verità).

Secondo la Communication Accommodation Theory, quando una persona interagisce con un’altra tende sempre ad adattare il proprio linguaggio, i propri gesti e la propria intonazione al proprio interlocutore. Più specificamente, nel nostro caso, la linguista Orr sostiene che questa teoria possa essere applicata anche e soprattutto in un contesto ristretto, come quello del nostro campus, in cui persone di tante nazionalità diverse interagiscono quotidianamente utilizzando una lingua in comune. Proprio come succede in ogni paese o città, la nostra comunità, in teoria, dovrebbe sviluppare un accento, ma anche un “dialetto”, tipico. Questo studio, purtroppo, non è ancora giunto a conclusione, ma i risultati possono già essere visibili.

a3974b9a0a6fc3ee9a3ec3bac2ebc381Ciò che hanno osservato durante questi anni di ricerca è che gli studenti di madrelingua inglese, come anche gli studenti stranieri (eccetto gli olandesi), tendono a modificare il loro accento verso una variante un po’ più olandese. In pratica, se prima uno studente straniero ha un accento marcatamente francese, tedesco, azero, burundese, e chi più ne ha più ne metta, dovrebbe negli anni assumere un accento più simile all’olandese che alla propria lingua madre. Al contrario, gli olandesi tenderebbero ad assumere un accento molto più madrelingua. Dunque, gli stranieri e gli olandesi tendono a trovare un punto in comune, in cui l’accento è più che altro un ibrido tra l’accento madrelingua e quello olandese. Naturalmente, la mia tutor ci ha tenuto a dirlo in TV nazionale, stranieri come gli italiani (ebbene sì, ha tirato in causa proprio noi!) tendono sempre ad avere una piccola sfumatura del loro accento natio quando parlano inglese. Nonostante fossi onorata del fatto che avesse riportato l’esempio degli italiani, dopo mi sono resa conto che forse si riferiva proprio a me. Uffa.

Per farvi un esempio di come l’accento cambi, in britannico standard la parola “bad” dovrebbe essere pronunciata come “baad”. Un britannico, dopo aver studiato a UCU, tenderà a pronunciare la parola come “bed”, molto più simile all’accento olandese (io avrei detto più “bet”, dato che gli olandesi pronunciano la d finale come t… e credetemi, mi sono sorpresa a dire “bet” qualche volta. Mea culpa). Al contrario, un olandese, alla fine dei propri studi a UCU, tenderà ad avvicinarsi al “baad” britannico. Un olandese di tutto rispetto, come il nostro amato vecchio rettore invece, avrebbe continuato a dire imperterrito “bet”. Aperta e chiusa parentesi: se capite un po’ di inglese, vi consiglio vivamente di guardare la sua parodia su Youtube, perché fa davvero morire dalle risate:

Mi piacerebbe adesso parlarvi della mia esperienza personale. Diciamocelo, nonostante gli anni di duro lavoro per imparare l’inglese, corredato da tentativi di parlare in inglese con qualunque straniero mi si “parasse” davanti, dai vari corsi Trinity del Liceo Classico Virgilio, le vacanze studio, e i corsi alla British School, quando arrivai in Olanda il mio accento era tutto fuorché americano, o inglese, o australiano, fate voi. Certo, non posso dire che il mio accento fosse completamente italiano, ma sicuramente si sentiva subito che ero straniera. Dopo quasi un anno, ebbi la prova non che l’esperimento stesse riuscendo, ma quanto meno che il mio accento stesse effettivamente cambiando. Infatti, in quel periodo i miei genitori erano venuti a trovarmi in Olanda, e un giorno, mentre eravamo in macchina, mi chiesero di prenotare a un ristorante. Sentendomi parlare in inglese, mia madre (che vi assicuro, un complimento ve lo fa soltanto se davvero, davvero ve lo meritate oggettivamente) esclamò: “Brava, Serena, adesso davvero non sembri italiana quando parli inglese!”. Va bene che mia madre non è di certo un’esperta della lingua inglese, ma comunque mi fece piacere che qualcuno avesse notato che il mio accento era migliorato. Da quel momento in poi, molte persone hanno iniziato a chiedermi se fossi madrelingua. Questa piacevole finestra nella mia miserevole vita da straniera all’estero è però finita ben presto quando le persone hanno semplicemente iniziato a essere confuse dal mio accento. La maggior parte di loro mi dice che si sente che non sono madrelingua, ma non saprebbero assolutamente dire da dove vengo, altri addirittura pensano che sia olandese (fin quando non inizio a parlare olandese… poi se ne accorgono. Uffa).

(Apriamo una nuova parentesi, il mio momento di gloria nella mia storia dell’apprendimento dell’olandese è stato a settembre 2015, quando una ragazza mezza ubriaca mi ha chiesto una sigaretta in cambio di una birra. Quando le ho dato la sigaretta e rifiutato la birra, dicendole che non ce ne era bisogno, ha continuato a parlare con me amabilmente. Alla fine, il mio ragazzo e i suoi amici si sono intromessi nella conversazione e le hanno spifferato che sono italiana. È stata una grandissima soddisfazione vederle spalancare la bocca quando ha saputo che no, non ero nata in Olanda, e quando mi ha detto che non se ne era proprio accorta. Ho saltellato nella mia testa per la gioia fin quando mi sono ricordata un dettaglio molto importante: appunto, era ubriaca. Fine del mio momento di gloria). Ritornando al discorso principale, insomma, sicuramente ormai il mio accento è molto simile a un ibrido. Io stessa, proprio qualche giorno fa, mi sono ritrovata a pronunciare una parola inglese in un accento che più olandese non si può, e poi sono scoppiata a ridere e mi sono sentita abbastanza una schifezza.

La cosa più interessante di questo fenomeno è che, come ho già accennato precedentemente, non riguarda soltanto gli accenti, ma anche il vocabolario. Oltre al fatto che l’esperimento si occupa anche di questo fenomeno, io stessa, come un po’ tutti qui al campus, mi sono spesso resa conto del fatto che, effettivamente, la nostra lingua è una lingua a parte. Come molti di voi sapranno, i dialetti non esistono in inglese. Quando ancora studiavo l’inglese, mi chiedevo spesso perché non avesse tanti dialetti come l’italiano. Pensavo, insomma, che un po’ tutte le lingue avessero tanti dialetti. In effetti, invece, in linguistica noi italiani veniamo spesso usati come esempio di una delle poche lingue che ha così tanti dialetti. 12306231-slang-taal1In inglese esiste, però, lo slang, una specie di lingua colloquiale che cambia da nazione a nazione. Oltre allo slang texano, newyorkese o londinese, esiste anche lo slang di UCU (almeno secondo il nostro modesto parere). Non dovete immaginare, però, che il nostro inglese sia incomprensibile, anzi. Ovviamente tutti noi conosciamo l’inglese accademico, le espressioni tipiche americane e quelle britanniche, come anche delle parole tipiche di un determinato stato. Non abbiamo di certo problemi di comunicazione con i nuovi arrivati, né tantomeno con i madrelingua che arrivano qui per un Erasmus. Sicuramente, però, abbiamo molte parole ed espressioni tipiche del campus, che fanno rizzare i capelli a un madrelingua o a un qualsiasi altro conoscitore dell’inglese. Mi è capitato molto, molto spesso di essere presa in giro o criticata da persone esterne al campus, magari proprio olandesi, per alcuni miei modi di parlare in inglese. Io, invece, lo ritengo un complimento. In fondo, per quanto io a volte possa odiare il campus, ormai fa parte di me. È un po’ come sentirsi fiera del fatto di usare determinati regionalismi campani, insomma. Sono “cresciuta” nel campus, mi ha insegnato tanto (soprattutto, mi ha insegnato a parlare inglese “like a pro”, “come un professionista”, come dicono gli americani), e mi ci sono affezionata.

Passiamo alla parte più “divertente”, almeno per gli amanti delle lingue come me. Vi riporto qualche esempio delle nostre espressioni tipiche. Molte sono nate in maniera un po’ misteriosa, non saprei neanche io dire il perché. Ad esempio, qui al campus c’è un abuso dell’espressione “fair enough”. È un intercalare, un po’ come dire “bene” o “certo”. Nel linguaggio corretto, dovrebbe utilizzarsi quando tu dici come la pensi, un altro dice il contrario, tu ci rifletti sopra e capisci che può avere ragione. Allora dici “fair enough”. Noi, invece, lo utilizziamo come intercalare, appunto. Tipo: “Oggi sono proprio stanca” “Haha fair enough”. Oppure: “Non vedo l’ora di tornare a casa!” “Haha, fair enough!”. Insomma, quando non sai che dire, invece del solito “Okay”, dici “Fair enough” e te la sbrighi (e sembra anche così che dici qualcosa in più, ma poi alla fine non hai detto proprio una mazza).

Un’altra parola che usiamo davvero tanto, troppo (guarda il mio video alla fine dell’articolo se non ci credi) è “anyway”, “comunque”. Diciamoci la verità, ricordo bene come a scuola molti professori si lamentavano del fatto che noi usassimo troppi “dunque” e “comunque”, quindi non mi sorprende che in questo nuovo ambiente scolastico io, tra molti altri, ho adottato questo intercalare che uso davvero troppo (tanto che mi faccio toccare i nervi da sola – ripeto, guardate il video!). Tra le altre parole inglesi “storpiate” figurano “bubble”, che invece di significare “bolla” qui significa “campus”, “shadow” che qui, invece di usare come “ombra” utilizziamo per quei poverini che al campus ci stanno solo per studiare e dormire (diciamocela tutta, un po’ come me), gli alloggi vengono chiamati “units” invece di “dorms”, come dovrebbe chiamarli ogni americano che si rispetti, e la mensa invece di essere chiamata “canteen” o “cafeteria” viene chiamata “dining hall” (o anche “dining hell”, giusto per dimostrare il nostro grande, immenso amore verso il cibo che vende. Questa non ve la spiego). Molti di più sono, invece, i prestiti dall’olandese. Ad esempio, il binario viene spesso chiamato all’olandese, “spoor” invece che “track”, la metropolitana “metro”, sempre all’olandese, invece di “subway”, il proiettore “beamer”, perché suona inglese, ma in realtà è olandese, e in inglese si dice, più semplicemente, “projector”.

La mia preferita tra tutte è la parola che usiamo per dire collant. I collant in inglese si chiamano “thighs”, “stockings” o semmai proprio “panty hoes”.Anti-Bacterial-Compression-Stockings Ma “panty’s”, come li chiamiamo noi, proprio no! Punto primo, come potrete notare dal plurale, in inglese non si scriverebbe mai e poi mai così, punto. Gli olandesi tendono a pensare che l’inglese sia più simile alla loro lingua di quanto non lo sia davvero. Il plurale di una parola che finisce per y si forma, in olandese, aggiungendo apostrofo + s, mentre in inglese diventerebbe, semplicemente, -ies. Ovviamente, “panty’s” ha lo stesso identico suono di “panties”, che, udite udite, vuol dire “mutande” in inglese! Immaginate, dunque, i malintesi che possono nascere a causa di questo errore nel nostro linguaggio. Vi racconto una storia vera: un giorno una mia amica era sul treno (il nostro secondo mezzo di trasporto preferito dopo la bici, anche se tutti ci lamentiamo dei treni che arrivano sempre con cinque minuti di ritardo e passano solo ogni quindici minuti! ARGH) con una madrelingua americana in Erasmus. Con molta naturalezza, esclama: “Oggi sono uscita senza panty’s!”, intendendo, ovviamente, di essere uscita senza calze. La madrelingua, a quel punto, strabuzza gli occhi, poi la guarda in cagnesco e le dice: “Zitta! Queste cose non si dicono così ad alta voce in pubblico!”. Ovviamente, la madrelingua pensava che l’amica le stesse confidando di essere uscita senza mutande. Proprio così. Giuro che è successo. Ovviamente nessun olandese si è girato, perché qui sono tutti convinti che significhi calze.

Insomma, in fondo avere una lingua tutta nostra è davvero divertente. A volte mi chiedo come sia possibile che, nonostante io parli l’inglese quarantamila volte meglio dell’olandese, mi lascio influenzare così tanto dall’olandese. Soltanto oggi ho inserito nelle mie frasi inglesi almeno tre componenti olandesi: il sapone per la cucina l’ho chiamato kitchen “reiniger”, perché sinceramente non so davvero come dirlo in inglese, il dado l’ho chiamato “buillon blokje” per lo stesso motivo, e, nel bel mezzo di una frase inglese, ho esclamato di avere un “angry blik”, mentre intendevo “angry look” (uno sguardo arrabbiato- blik è olandese!!). Ciò ha suscitato l’ilarità del mio ragazzo che, non per dire, eh, ma non sa neanche pronunciare la v come Dio comanda, e quindi dice ffffeeeeeery ghhut per dire “very good”.

Se volete prendermi in giro, farvi prendere in giro, e ascoltare con le vostre orecchie cosa intendo quando vi dico che qui al campus abbiamo un accento indefinito, guardate il mio breve video qui in basso (e se capite l’inglese, vi prego di non tradurre ai vostri amici cosa dico ^_^). Alla prossima!

PS per coloro i quali se ne intendono un po’ di inglese: giuro che non l’ho fatto apposta, ma ho pronunciato “bubble” molto più come “bubbel”, la versione olandese 😉

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