Lavoro, Marketing & Economia

Perché gli italiani pagano le autostrade agli irlandesi?

del Prof. Gianluca Nardone

Il rapporto conflittuale dell’Italia con i Fondi Europei

Forse anche a voi sarà capitato di fantasticare sui mille colori che i cieli di Irlanda assumono da Dublino fino al Connemara. Quello che probabilmente non sapete è che quello stesso tragitto tra la capitale irlandese e le bellissime scogliere sull’Atlantico da pochi anni può essere percorso grazie ad una comoda autostrada costruita con soldi italiani. Davvero. “Italian Highways” è l’ironico appellativo con cui da quelle parti ci si riferisce alle strade costruite utilizzando i fondi europei destinati all’Italia e da noi rispediti indietro per “manifesta incapacità” di spesa.

Se la vostra reazione è simile alla mia, è probabile che da ora i cittadini dell’Isola Smeralda vi risultino un po’ meno simpatici. Ma, piuttosto che cedere alla tentazione di mettere mano al nostro personale vocabolario di epiteti in gaelico, forse aiuterebbe comprendere la natura del rapporto conflittuale che l’Italia ha con l’Europa.

Tranquilli. Non voglio proporre una (noiosa) analisi culturale, sociale o antropologica sulle caratteristiche dell’italianità, magari recuperandone i tratti distintivi nella Roma imperiale o nell’epoca dei Comuni. Né, tanto meno, intendo reclamare à-la Salvini per il fatto che con quello che lasciamo all’Europa si potrebbe fare un’intera finanziaria. Per offrire un dato, tra quello che diamo e quanto riceviamo, la partecipazione all’UE ci costa circa 6 miliardi di Euro l’anno che è quasi lo stesso ammontare che utilizziamo per finanziare l’intero sistema universitario italiano. Ma se criticassi questo, dovrei pensar male quando si applica il medesimo principio di solidarietà trasferendo risorse dal Nord più ricco al Sud dell’Italia.

Più prosaicamente, intenderei sfruttare l’eventuale curiosità destata nel lettore per approfondire la conoscenza dei Fondi Europei e provare a capire il meccanismo per il quale i soldi che non spendiamo si traducono in catrame steso sulle strade irlandesi.

Per cominciare partiamo dal bilancio dell’Unione Europea che, trattandosi di un organismo sovranazionale, non si finanzia attraverso l’imposizione di tasse o imposte ai cittadini ma mediante contributi versati dai 28 Stati Membri in proporzione alla rispettiva ricchezza (misurata con il famigerato PIL). Tali contributi servono a finanziare diverse politiche attivate dalla Commissione Europea che accompagnano e, a volte, sostituiscono quelle attivate dai singoli Stati Membri.

Nell’ultima pianificazione pluriennale riguardante il periodo 2014-20, l’UE ha messo a budget entrate per 960 miliardi di Euro di cui circa 125 provenienti dall’Italia, di fatto, il terzo più grosso finanziatore dell’UE. È importante sapere, però, che solo una minima parte di questa “torta” viene gestita direttamente da Bruxelles. Gran parte delle risorse – oltre il 76% – sono amministrate secondo il principio della “gestione concorrente”, ovvero con il contributo delle autorità nazionali e regionali. In particolare, la gestione indiretta si realizza mediante lo strumento dei Fondi Strutturali.

Eccoli qui…i famigerati Fondi Europei. I Fondi Strutturali sono riconoscibili da oscuri acronimi quali FESR, FSE, FEAMP. La cospicua dotazione finanziaria e le peculiari regole di funzionamento hanno contribuito a determinare un impatto visibile di questi Fondi sul nostro territorio e sull’immaginario collettivo. Si pensi, per esempio, al proliferare di tabelle e targhe con la bandiera europea a sottolineare la realizzazione di infrastrutture e/o progetti finanziati con il contributo dell’UE. Oppure, alla familiarità di ulteriori acronimi PON, POR, PSR, PIF, POP, che si accompagnano in genere all’utilizzo dei fondi europei.

Comprendere il funzionamento dei Fondi Strutturali non è difficile. Essi seguono dei principi molto chiari ed in qualche modo elementari anche se, a valutare i risultati, si deve pensare che siano particolarmente indigesti per classe dirigente italiana. Vediamo quali sono.

Un primo principio è quello della programmazione: le risorse europee sono rese disponibili sulla base di un programma pluriennale approvato dalla Commissione. Un programma dura 7 anni e attualmente siamo nel periodo 2014-20 (lascio a voi individuare i precedenti periodi di programmazione). In base al principio di sussidiarietà, i programmi devono essere definiti il più possibile vicino al cittadino, quindi da autorità quali la Regione o lo Stato membro. Le amministrazioni responsabili, avendo ascoltato i principali interlocutori sociali ed economici del territorio (principio del partenariato) definiscono i Programmi Operativi che sottopongono al placet della Commissione Europea. Solo dopo tale approvazione i Fondi sono assegnati alle Regioni o al Governo nazionale.

Un ulteriore principio dei Fondi Strutturali può essere introdotto con un classico proverbio: sparti ricchezza e addiventa puvertà. Infatti, il principio della concentrazione mira ad aumentare l’efficacia delle politiche richiedendo che le scelte dei programmi si focalizzino su pochi obiettivi strategici. Secondo lo stesso principio, i Fondi Strutturali sono indirizzati in gran parte ai Paesi e alle Regioni con ritardi di sviluppo che, peraltro, sono ulteriormente co-responsabilizzati sia perché chiamati a gestire in prima persona i programmi (principio della decentralizzazione) sia perché obbligati a cofinanziarli (addizionalità).

Solo per avere un’idea, nel periodo 2007-13 in Italia sono stati portati avanti 74 diversi programmi (PO e PSR) con una dotazione di quasi 80 miliardi di Euro di cui 36 provenienti dal bilancio UE. Oltre il 70% di queste risorse era destinato alle 4 regioni con maggiori difficoltà: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Detto questo, come siamo finiti con il pagare le autostrade agli irlandesi? Semplice. Per certificare il corretto andamento dei programmi, le autorità di gestione devono periodicamente sottoporsi ad una verifica da parte delle autorità europee. Le spese per le quali viene certifica la coerenza con il programma approvato sono rimborsate dalla Commissione Europea. Purtroppo, un destino assai peggiore coinvolge le risorse che non risultano certificate entro i termini prestabiliti. Per queste è previsto il disimpegno automatico, terribile locuzione che comporta la riduzione del finanziamento comunitario che, ovviamente, sarà indirizzato a paesi più bravi nel saper spendere.

Avrete già capito che negli ultimi anni non siamo stati molto bravi a rispettare i programmi, a tutto beneficio degli amici gaelici (e non solo). Lascerei ad altri momenti una riflessione sulle ragioni della nostra inefficienza anche se credo che ciascuno di voi possa già avere una qualche idea in proposito. Di una cosa però sono sicuro. Sarebbe molto bello apprezzare lo splendido cielo siciliano percorrendo una comoda autostrada che dall’Etna mi trasporti alla valle dei templi. Peccato che quell’autostrada progettata oltre cinquant’anni fa è ben lontana dall’essere completata. Alla faccia di tutti i Fondi Europei…..Ah, Povera Patria!

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