Sport

Mitologia. Valentino nel fango

di Alessandro Bosco

“Un mito en el barro”. Così Marca, quotidiano sportivo di Madrid scrive dopo Valencia. Non è l’unico quotidiano a parlar severamente di Valentino né l’unico a metterlo in prima pagina. Si parla ancora di Sepang, si parla del campionato in generale, ci si interroga sulla “sportività” dell’ultima gara.

vale5_2Ma, al di là dei giudizi ideologici, possiamo davvero dire che è così? Il Mito di Valentino Rossi termina insieme a questo campionato mondiale? La risposta credo sia ovvia. Ed è no, assolutamente. Anzi sfiderei chiunque a dire che esso non abbia avuto nuovo spolvero dalle travagliate vicende delle ultime settimane: un eroe (italiano), simpatico e vincente, accerchiato da un gruppo di scorretti e invidiosi stranieri, cerca con caparbietà e sfacciataggine di vincere il mondiale dei mondiali. C’è tutto il materiale per farne il racconto del secolo. E sapete cosa? Un Mito è proprio questo (in greco  significa esattamente “racconto”). E quanto ci piacciono i racconti? Le storie, le favole, le leggende. Fin da piccoli ne andiamo matti e non riusciamo a farne a meno. Perché? Da piccoli abbiamo una capacità e una volontà di immaginare straordinarie e possiamo immaginare quel che vogliamo scappando nella nostra intimità da una realtà spesso noiosa o difficile.

C’è poi un plusvalore identitario da non sottovalutare. Quante volte abbiamo voluto o pensato d’essere quell’eroe o quel protagonista. Quello alto e bello, forte e astuto, timido ma potente che prendeva in mano le sorti della storia. Da piccoli è un gioco creativo e stimolante. Da grandi può diventare pericoloso perché assoggettante. I miti sono ad esempio all’ordine del giorno del racconto propagandistico: i profughi ci rubano il lavoro, Garibaldi ha salvato l’Italia con mille uomini e poi ha detto “obbedisco” ai Savoia, i tedeschi ariani e gli ebrei cospiratori. Alcuni esempi tipici che, se forse per molti possono apparire stupidi e banali, per molti altri rappresentano o hanno rappresentato la sacrosanta verità sul mondo.

rossiE si ritorna sempre lì: i miti ci affascinano perché ci aiutano inconsapevolmente a fuggire dalla precarietà del presente. Ci agrappiamo ad un immagine futura di noi o del nostro “popolo” costruita ad arte ispirandoci ad un passato glorioso (anch’esso solo ideale) e scartando tutti quei caratteri della nostra personalità cui non riusciamo ad aderire. Da qui alcuni effetti collaterali. Cos’è il nazionalismo? L’affermazione forsennata e violenta di alcuni caratteri della propria “nazione”. Cos’è il razzismo? La negazione di quella parte di sé scartata dal racconto. Ma al di là di questo la cosa davvero pericolosa è la convinzione! Provate a spiegare ad un cattolico che la sua verità è fandonia o ad uno juventino come è andata calciopoli… si rischia di diventare paranoici, di uscire dalla realtà e di irrigidirla. Si diventa violenti e si può essere manipolati facilmente (tedesco = ariano, ebreo = cattivo, stop)! Si nega l’evidenza e si è pronti a giustificare tutto per la propria verità.

Ma lasciamo perdere le ambizioni filosofiche e torniamo ai fatti sportivi delle ultime settimane. Quando Biagi prese a gomitate il nostro mito, buttandolo nell’erba, e quando questo a fine gara dichiarò di aver rischiato la morte chi prese le parti di Biagi? “Biagi chi?” potrebbe essere una risposta emblematica. La popolarità di Valentino (come se ce ne fosse bisogno) salì alle stelle e Biagi venne tacciato di tutto (e ci stava, cazzo).

E ora invece parliamo di Sepang. Non voglio difendere Marquez (un uomo senza un minimo di dignità sportiva e non solo) né dire che prima d’esser scalciato non ne avesse fatte di cotte e di crude. Ma ragazzi, anche se lo spagnolo si è appoggiato prima, il nostro “eroe” lo ha buttato a terra. Un gesto che abbiamo provato ad analizzare, comprendere e persino giustificare ma che proprio non possiamo non condannare. Da lì è un attimo. Senza girarci intorno Marquez ha rischiato la vita. E noi per difendere la nostra immagine di italianità  (fatta ormai solo i simboli legati allo sport) non riusciamo ad ammetterlo ( a noi stessi in primis!). Ci riconosciamo in Valentino. Crediamo ciecamente in lui. Nessuno può toccarcelo. Non ci tradirà mai!

Sembriamo appunto dei bambini ai quali per la prima volta è stato detto detto che Babbo Natale non esiste. Beh, allora sturatevi le orecchie: Valentino Rossi non esiste, sì! Gli italiani non esistono! È tutta fantasia!

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