Costume & Società

E Dio li creò maschio, femmina… e intersex

La natura ama la varietà.

Sfortunatamente, la società la odia.

[Milton Diamond]

mistero alexinaHa diciassette anni, Herculine Barbin, quando è ammessa a Le Chateau per portare a compimento gli studi che le permetteranno di divenire insegnante. Nata tra stracci e polvere, Herculine è una ragazza francese del XIX secolo, affettuosamente soprannominata dalla famiglia “Alexina”. Educata in un collegio orsolino grazie a una borsa di studio, Herculine cresce e il fascino proibito che le ragazze esercitano su di lei si rafforza. Prima compare una cotta per una compagna di origini aristocratiche, poi si moltiplicano le punizioni poiché sorpresa durante la notte nelle stanze delle amiche. Nonostante gli ostacoli, nel 1856 Herculine completa finalmente gli studi e l’anno dopo entra a far parte del corpo insegnante in una scuola femminile. Lì incontra Sara, la collega che diventerà la sua compagna, la donna che amerà in segreto per anni – nonostante i pettegolezzi e le dicerie non tardino a circolare tra le mura della scuola.

È strana, Herculine. Diversa. E non solo perché è una donna che ama le donne, in feroce contraddizione con la sua ferma educazione cattolica. La sua Sara non è così diversa rispetto alle donne che amano gli uomini, dopotutto. No, non è questo a rendere peculiare Herculine. È quel corpo che non si è adeguato al percorso prestabilito che han seguito tutte le altre, quelle carni che hanno deciso di germogliare per conto proprio. Non c’è traccia di mammelle, infatti, sul petto di Herculine, del menarca ha solo sentito parlare. E se una rada peluria è comune a tutte le donne, nel suo caso è talmente folta, talmente insistente che è costretta a radere puntualmente i peli sulle guance. Il mistero di questa diversità congenita resterà tale sino al 1860, quando, colta da dolori insopprimibili, la donna chiede al vescovo di La Rochelle di rompere il segreto confessionale affinché le chiami un medico. Ed è proprio il dottor Chesnet, nient’altro che una mera comparsa nella vita di Herculine, a effettuare la scoperta che le cambierà per sempre la vita. Herculine, infatti, è mentalmente donna, ma fisicamente… non del tutto.

Intersex-Pride-PicOggi si chiamano intersex (intersesso o intersessuati), ma per la scienza medica la loro condizione è stata nota come “ermafroditismo”, “pseudoermafroditismo” e “disordini della differenziazione sessuale”. Si tratta di individui con variazioni cromosomiche o insensibilità ormonali, le quali danno luogo a una compresenza di caratteristiche maschili e femminili. Dalla seconda metà del Novecento le persone intersex hanno rivendicato il diritto all’autodeterminazione in un mondo in cui la “normalizzazione”, attuata con terapie ormonali a insaputa dei pazienti oppure con chirurgie estetiche su genitali atipici nel periodo neonatale, è una realtà consolidata. E se a testimonianza della dannosità della riassegnazione coatta c’è il doloroso racconto degli stessi individui intersex – la confusione identitaria, la vergogna che circonda la loro condizione, l’impossibilità di avere una vita sessuale soddisfacente a seguito delle mutilazioni genitali – la richiesta di poter vivere in un corpo non conforme al binomio sessuale, liberi di poter essere ed esistere al fuori dagli schemi, è un obiettivo che con gli anni potrebbe lentamente abbandonare il suo status di utopia.

Ma nel XIX secolo non ci sono attivisti, non esistono tutele. E l’antico costume medievale di concedere all’individuo dai tratti intersessuati di poter scegliere autonomamente, raggiunta l’età adulta, se adottare un ruolo femminile o maschile è stato messo alla porta da secoli. Sono iniziati gli anni degli schematismi, del binarismo, degli aut aut, donna o uomo, non c’è spazio per gli insoliti ghirigori che madre natura ama tanto. Così, quando il medico che visita Herculine riscontra, oltre a una piccola vagina, la presenza di un piccolo pene e un paio di testicoli interni al posto delle ovaie – diagnosticandole quindi uno pseudoermafroditismo maschile – il caso fa scandalo, le voci corrono di bocca in bocca, la stampa ode e divulga. E poi arriva la toga nero pece del giudice. La decisione impiega un po’ di tempo a uscire dalle sale del tribunale, ma quella voce rombante non ha dubbi e sentenzia irremovibilmente il destino di Herculine: ella andrà riassegnata all’anagrafe come maschio.

bilanciaIn un istante, Herculine è spogliata di tutte le sue certezze. La sua identità di donna cresciuta dalle donne, tra le donne, come donna le è strappata via finanche nel nome. Abel, ecco come si chiamerà d’ora in poi. Un nome da uomo, un uomo che è costretto a separarsi dalle braccia accoglienti delle mura della scuola in cui insegna e dell’amata Sara. Non c’è altra direzione se non protendere verso la Senna, non c’è altra destinazione se non la capitale. Herculine trova casa in rue de l’École-de-Médecine, tra i quartieri dell’Odéon e della Monnaise del VI arrondissement di Parigi. Ma la miseria dalla quale era scappata con tanta caparbietà, costanza e impegno torna a tormentarla. Trascorrono uno, cinque, otto anni in assoluta povertà. E nonostante il freddo e la fame, niente fa desistere Herculine dall’intraprendere una particolare terapia di adattamento alla sua nuova vita, una terapia che, nonostante la poca utilità, porterà avanti sino a quando avrà fiato in corpo.

Herculine scrive. Scrive fiumi e fiumi di parole sulla sua vita, la sua identità, la scoperta e la sentenza che l’hanno trascinata lì, in quella fredda mansarda riscaldata solo da una stufa a gas, china sul quel diario a graffiare d’inchiostro e sangue e ricordi le pagine immacolate. Le hanno detto di usare il femminile quando narra il passato, quando era ancora Herculine, l’allieva, l’insegnante, le memorie di un’altra vita, una che non è più la sua, e il maschile se si riferisce al presente, ora che è Abel, ora che ha lo stomaco che brontola e la pelle livida. Sarà terapeutico, le hanno detto, eppure sulla carta compaiono le parole “punizione”, “estirpazione”, “ridicola indagine”, eppure quella vita da uomo è troppo artefatta per essere vera, quella maschera virile troppo estranea per essere il suo sorriso. Scrive, Herculine, scrive, scrive sino a quando non le si consumano l’inchiostro, le mani, la vita.

focaultSì, la vita. Perché, nella mattina di quel gelido febbraio del 1868, il custode rinviene il suo cadavere sul pavimento. Herculine è morta suicida inalando i gas della sua stufa, stanca di una farsa che la società l’ha costretta a chiamare vita. Ma prima di andar via, il custode ritrova anche qualcos’altro. Le memorie di Herculine sono ancora là, integre, a fianco del letto dove si coricava ogni sera. Memorie che passeranno di mano in mano, prima archiviate, poi dimenticate. Memorie che saranno riscoperte da studiosi della sessualità umana come Michel Foucault e Judith Butler, che ispireranno Jeffrey Eugenides per il suo romanzo “Middlesex”, che getteranno le basi per numerose pièce e adattamenti teatrali. Memorie eterne che giungeranno sino a noi nella loro rude autenticità, emblema di una vita spezzata perché non in linea con la tanto agognata “norma”.

Herculine Barbin era nata l’8 novembre del 1838. E oggi, in quello stesso giorno, ricorre la “Giornata della Memoria Intersex”, anche nota come in Europa come “Giornata della Solidarietà Intersex”. Una data atta a ricordare chi, come Herculine, ha perso la vita a causa di coercizioni e coartazioni compiute in nome della salvaguardia di un binomio sessuale confutato dalla natura stessa. Una natura che ci fa paura perché “diversa” e che dunque occultiamo, censuriamo, mutiliamo col bisturi e col linguaggio. Una natura che oggi più che mai necessita di essere studiata, compresa, accolta e soprattutto riconosciuta nella sua dignità e nella sua legittimità di esistere, affinché di storie come quella di Herculine Barbin non resti che il lontano ricordo risalente a un’epoca cieca di fronte alla varietà della specie umana.

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