Attualità & Territorio

Maker Faire e proteste: cronaca di un cronista per caso

di Domenico Maddaloni

PROLOGO

Maker Faire è, secondo la definizione dello stesso sito, “i​l più importante spettacolo dell’innovazione al mondo” e di fatto organizza svariati eventi in vari Paesi hon lo scopo di presentare le novità in campo ingegneristico e tecnologico e non solo. Da pochi anni Maker Faire Rome rappresenta l’edizione europea di Maker Faire e quest’anno è ospitato all’interno della cittadella universitaria della Sapienza. Per questo motivo nei giorni della fiera (dal 15 al 18 ottobre), tutte le attività della Sapienza sono state sospese e le entrate della cittadella chiuse per permettere l’accesso solo dal lato delle biglietterie, come una normale fiera. I biglietti costano 10€, ma uno studente della Sapienza paga 4€, o 2€ se visita il Maker Faire il venerdì pomeriggio.

PRIMO E ULTIMO CAPITOLO

Curioso per la manifestazione e allettato dal prezzo conveniente vado oggi, venerdì 16 ottobre, al Maker Faire. Alle 14:50 sono all’entrata di piazzale Aldo Moro e la prima cosa che vedo è la fila che sembra interminabile, perciò rassegnato seguo il serpentone e mi metto in coda. È lì che, girando un po’ le pupille, noto una quantità eccezionale di poliziotti con tute caschi e scudi nonché numerosi camioncini della Polizia che tanto “ini” non sono. La pupilla fa un altro piccolissimo sforzo e finalmente incontra quella che capisco sia la causa della presenza degli agenti: un gruppo di non più di 60 persone (ma non ho una spiccata capacità di “conteggio a vista”) con striscioni e cartelli sui quali leggo ad esempio “ho pagato e nun me fanno entra’” e “take it ISEE”, da cui partono cori come “via i privati dall’Università” o “Pula Pula vattene via”.

Un ragazzo grida al megafono cose molto simili a “È una settimana che non possiamo entrare nella nostra università. Una settimana che noi abbiamo pagato con le nostre tasse, ma che nessuno ci aveva detto che non avremmo potuto sfruttare” e “via i privati dall’università pubblica”. Butto l’occhio più in là e vedo un signore che porta con sé un carrellino con su un foglio con un lungo testo in una lingua a me sconosciuta, ma che forse potrei indovinare voglia essere inglese. Il signore ferma un “protestante” e gli fa i complimenti per quello che sta facendo: “Ahò, bravi! Siete tutti Che Guevara là dietro! Feteglie vede’”. “Ae magari! Se eravamo tutti Che Guevara ‘o sa’ ndo stavamo?” risponde il ragazzo, piuttosto felice dell’elogio, con una domanda chiaramente retorica. Un istante dopo sento uno strano rumore come di una botta e voltando lo sguardo, vedo una scena che, a dire il vero, mi strappa una risata: ad uno degli agenti, disposti ordinatissimi in file con gli scudi disposti da fare invidia a un manipolo di soldati spartani, era squillato il telefono e per prenderlo dalla tasca aveva fatto cadere lo scudo, procurando, oltre al tonfo, un piccolo rimprovero dal suo comandante e anche qualche risatina trattenuta delle persone che erano in fila con me.

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È a questo punto che vedo avvicinarsi due ragazze che distibuiscono dei piccoli volantini dicendo “Prendetelo che con questo entrate gratis”. Il volantino arriva anche a me, e ovviamente non è un biglietto gratuito, ma approfitto per farmi spiegare il motivo della protesta. Il discorso che inizia mi fa capire la totalità (o credo) degli argomenti dei “rivoltosi” e dato che non riuscirò a trascriverlo nelle parole esatte proverò almeno a ricrearlo mantenendo intatti, ovviamente, i suoi contenuti. Era tipo: “Non siamo contro il Maker Faire, anzi! Il punto è che stato deciso tutto senza preavviso e quindi noi studenti ci siamo trovati con l’Università chiusa da un giorno all’altro e l’unico modo per entrarvi è pagare un biglietto. Questo è ancora più grave se pensi che nella cittadella ci sono anche laboratori e che quindi i ricercatori hanno dovuto stoppare attività magari anche importanti. Quindi innanzitutto i biglietti per gli studenti sarebbero dovuti essere gratuiti e poi un po’ di anticipo nella notizia non sarebbe stato male”. “Fin qui è okay, ma la Sapienza non ci guadagna un bel po’ di soldi?” mi inserisco io. “Beh, sì in effetti ci guadagna un bel po’ (a questo punto inserisce una cifra esatta, che però non ricordo bene quindi evito di trascriverla). Ma ha già detto di volerli usare per finanziare le eccellenze,​ ma è inutile finanziare chi è più avanti se non tutti partono dallo stesso livello (questa frase era esattamente così)”.

La lascio continuare con il suo giro mentre continuo la mia fila, che piano piano mi fa arrivare in un punto troppo lontano per seguire le vicende, ma è proprio qui che improvvisamente, senza che io ne possa percepire con nessuno dei miei sensi il motivo, vedo avanzare gli agenti della polizia con una potenza mai vista creando un enorme frastuono e in un attimo si ritrovano addosso ai protestanti. La mia lontananza e le transenne della fiera non mi permettono di vedere al meglio, ma riconosco chiaramente gente a terra, manganelli che si alzano e più di tutto le agghiaccianti grida di dolore che salivano da quella massa di persone. A fare crescere un boato tra le persone che con me erano in fila è l’accensione di un grosso idrante dall’alto di un camioncino della IMG_20151016_154318-2polizia. Dopo una decina di minuti sembra tutto finito, ma non calmo. Arriva il mio turno alla biglietteria, prendo il biglietto piuttosto scioccato e procedo in avanti fin quando non riesco a vedere un ragazzo a terra con delle manette circondato da agenti di polizia. Una lacrima gli scende sul volto, arrossato e provato, e insieme ad essa anche un rivolo di sangue che parte da una ferita sulla fronte.


EPILOGO

All’entrata vedo un cartello con la scritta a caratteri cubitali “L’ingresso per la chiesa e le attività della cappella universitaria è in viale dell’Università”. Niente di che, eh… Però la cosa mi fa entrare nella testa uno strano pensiero. “Se non avessero permesso l’accesso alla cappella se non attraverso un biglietto, a quanti frequentatori della cappella avrebbe dato fastidio?” O meglio, dato che la cappella non c’entra niente, “Se un giorno mi facessero pagare per qualcosa che frequento ogni giorno, per la quale pago e di cui voglio usufruire, seppure il prezzo sia basso e il ‘fastidio’ durasse solo pochi giorni, protesterei?”.

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