Attualità & Territorio

Guardare e non voltarsi

di Simona Politano

“Come diventa facile
voltarsi e non guardare
come diventa facile
pensare non è colpa mia.”
[L’uomo sogna di volare – Negrita]

È facile pensare che quello che accade a pochi chilometri dal nostro “civile” Paese non ci riguardi se non per fare polemiche farcite di buonismo o cinismo all’occorrenza. Poi ad un tratto accade qualcosa che ci costringe a fermarci e riflettere: una foto apparsa sui quotidiani cartacei e online attira l’attenzione di tutti. Diventa subito virale, inizia a circolare rapidamente sulle nostre bacheche virtuali. Ora non possiamo più voltarci.

La foto ritrae un bambino dai tratti delicati, disteso su una spiaggia della Turchia. Quel bambino si chiamava Aylan, aveva tre anni e scappava dalla Siria con la sua famiglia per raggiungere Kos. La Grecia sarebbe stata solo la prima tappa di un lungo viaggio che l’avrebbe portato in Canada, dove (gli avevano detto) avrebbe trovato una nuova casa, la scuola, altri amici con cui giocare e crescere. Scappava da una guerra che si svolge dietro casa nostra. Una guerra che a noi fa solo parlare, a volte anche a sproposito e senza cognizione di causa.

Aylan e la sua famiglia, come altre famiglie povere e ricche della Siria, voleva solo scappare da una terra dove piovono bombe e i fondamentalisti tagliano gole ai ribelli. Voleva salvarsi la pelle attraversando il mare su un barcone. Una storia come tante altre di cui non siamo abituati a parlare “umanamente”. Ne parliamo ora perché una fotoreporter era lì e ha scattato. Voleva “far sentire l’urlo del corpo che giaceva sulla spiaggia”, come lei stessa riferisce. E ci è riuscita scatenando non poche polemiche. Già, perché si sa bene che le immagini sono più forti delle parole. Esse riescono a colpire dove le parole non riescono ad arrivare, ma qui siamo andati anche oltre. Qui l’immagine si è sostituita ad ogni parola anche troppo violentemente.

Essa è in grado di raccontare la sofferenza di esseri umani in fuga verso una terra di speranza di cui sentono solo parlare. Un’immagine pura e violenta che non lascia spazio all’immaginazione. Un bambino che potrebbe essere nostro fratello o nostro figlio. Fa male, fa troppo male, è un pugno nello stomaco. Un’immagine a cui i nostri occhi strabuzzano per la visione inaspettata, spiazzante. Forse fa anche un po’ male vedere quella foto spiattellata su ogni social, modificata, vezzeggiata. Fa male anche mostrarla troppo e troppe volte. Dovremmo imparare a distinguere tra informazione e umanità. Se l’informazione è “quella cosa” che ci permette di “aprire gli occhi”, l’umanità è sensibilità, è rispetto per chi non ha potuto difendersi da una guerra, dal mare, dall’assalto mediatico.

E se serve la forza delle immagini per scuotere le coscienze, serve anche un po’ di rispetto per l’essere umano, per un essere innocente. Ricordiamoci ogni tanto anche della forza delle parole. Esse a volte possono raccontare tanto quanto le immagini. Possono farci capire il dolore senza violentare l’intimità di una morte innocente. Ora, che sia giusto o sbagliato pubblicare la foto di una morte lo decide la nostra coscienza. Di sicuro da ieri non è cambiato nulla. I profughi continueranno a partire, a raggiungere le nostre coste vivi o morti, e noi saremo come sempre impegnati nelle nostre cose. Ma ben venga se ci siamo svegliati dall’indifferenza dettata dal “non è colpa mia, non posso fare niente per evitarlo”. E soprattutto ben venga se quel bambino ha un nome e non è solo un numero incartato nei servizi televisivi che oramai ascoltiamo con assuefazione.

Ricorderemo tutti Aylan, le sue braccine, i suoi pantaloncini azzurri e la maglietta rossa. Lo ricorderemo tutti perché la sua storia è diventata il simbolo dell’ennesima “strage degli immigrati”.

Ecco, questo contributo non vuole essere una polemica vuota, sterile e già letta. Questo é un pensiero per Aylan e per tutti i bambini che nei nostri mari hanno perso la vita, senza né nome né foto, ma con il sogno di volare in un terra di pace.

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