Scienze & Tecnologia

La medicina ai tempi delle caverne

di Aristide Sgueglia

La nascita dell’uomo prima, la salvaguardia della specie poi. Alla scoperta dell’uomo medicina, che diede un contributo importantissimo alla sopravvivenza dei primi uomini sulla Terra.

La medicina è una scienza e come tutte le scienze è soggetta a progressi più o meno rapidi a seconda delle epoche e delle tecnologie. Oggi viviamo in un’epoca in cui l’hi-tech domina il mondo: le innovazioni tecnologiche si susseguono a ritmi serrati e ovviamente ogni scienza ne trae beneficio. Ma ci siamo mai chiesti, c’è mai venuto in mente come potesse essere la vita sulla Terra quando la tecnologia era limitata a tronchi di legno, liane e selci? La vita nella preistoria non deve essere stata così facile, tuttavia chi ha vissuto prima di noi in quelle epoche primordiali ha dato un enorme contributo alle generazioni future, impostando il cammino dell’evoluzione umana.Linea del tempo

Esisteva la medicina nella preistoria? Sì. Non come la conosciamo noi, ma esisteva. Per orientarci nel tempo bisogna ricordare che la preistoria è quel periodo dell’evoluzione umana che precede le fonti scritte e che quindi va da circa 2,5 milioni di anni fa (data stimata della comparsa dei primi uomini) a circa 5000 anni fa (3500 – 3000 a.C. data della comparsa delle prime forme elementari di scrittura). Occorre inoltre fare una distinzione, per quanto riguarda la storia della medicina, tra Paleolitico ovvero età della pietra antica (da 2,5 milioni di anni fa a circa 10000 anni fa) e Neolitico ovvero età della pietra nuova (da 10000 anni fa a circa 5000 anni fa).

Nel Paleolitico l’uomo era ancora nomade e si nutriva di frutti raccolti dagli alberi o di carne recuperata da ciò che rimaneva di carcasse abbandonate dai grandi predatori animali. La caccia era ai primordi: l’uomo del tempo basava la propria sussistenza principalmente sulla raccolta. Molto spesso quindi durante il giorno, i primi uomini si trovavano a dover salire sugli alberi per recuperare il cibo o a dover combattere con gli animali che spesso ritornavano alle carcasse prima abbandonate. È facile immaginare che le cadute dagli alberi, così come i combattimenti, qualora non fossero mortali producevano molti feriti. Dall’esame dei resti fossili ritrovati, oggi possiamo stabilire se l’individuo che aveva preso parte al combattimento (o che era caduto dall’albero ecc.) era sopravvissuto o meno a seguito della ferita. Come? Osservando il callo osseo. Sappiamo che le ossa sono in grado di rigenerare in seguito a fratture il tessuto di cui sono composte e di riparare la lesione in tempi più o meno lunghi: il tratto di tessuto osseo creato a seguito della rigenerazione è visibilmente differente dal circostante e prende il nome di callo osseo. Se quindi esaminiamo uno scheletro umano o anche soltanto alcune ossa preistoriche e osserviamo ad esempio una rottura di un femore priva di callo osseo possiamo dire che quell’individuo è morto a seguito della ferita riportata; non possiamo dire tuttavia come sia morto o perché: è probabile che l’osso rotto in seguito all’impatto abbia reciso l’arteria femorale causando emorragia e quindi morte per dissanguamento, come è probabile ad esempio che altre ferite riportate su ossa non pervenuteci possano essere state la causa primaria della morte. Molto spesso tuttavia sono stati trovati resti umani che presentavano callo osseo. Questo vuol dire che la frattura era stata riparata con successo e che non era stato quell’incidente di cui abbiamo l’evidenza (il callo, appunto) a causare la morte del soggetto in esame. Quando ci troviamo davanti al callo osseo possiamo avere due casi:

  1. la lesione è sanata ma in maniera non corretta: la frattura è riparata male, spesso le due porzioni di osso in seguito alla frattura non sono allineate e molto probabilmente ciò è dovuto a una riparazione spontanea della frattura che ha permesso all’individuo di continuare a vivere seppur non con la stessa motilità precedente;
  2. la lesione è sanata in maniera ottimale e sostanzialmente corretta: ciò fa ipotizzare un intervento umano mirato a mettere in asse l’arto fratturato.

Soffermiamoci sul caso numero due. Nell’eventualità in cui la frattura avesse interessato un braccio, il dolore che ne seguiva potrebbe aver indotto il malcapitato a manipolare l’arto in cerca di sollievo fino a verificare che una semplice trazione alleviava la sofferenza. È possibile allora che il soggetto avesse trovato il modo di tirarsi il braccio e di recuperare dalla frattura. Ma se l’arto interessato era una gamba? Difficilmente il soggetto poteva mantenere la gamba in trazione in maniera autonoma: c’era stato per forza di cose l’intervento di un altro essere umano che aveva mantenuto la gamba in trazione o costruito un rudimentale dispositivo per bloccare l’arto e favorire il risanamento in maniera ottimale. Nasce quindi nel Paleolitico la figura del futuro uomo medicina (futuro perché sarà chiamato così solo molti millenni dopo dai nativi d’America; tuttavia a noi interessa capire il concetto). L’uomo medicina era quindi un uomo privilegiato: aveva imparato a tirare gli arti, a trovare la posizione ideale in seguito alle fratture, ad alleviare le sofferenze dei suoi simili e per questo non saliva sugli alberi, non rischiava la vita: il suo contributo era importantissimo per la comunità, che non poteva permettersi di perdere una tale risorsa. Erano infatti gli altri uomini a procurare il cibo anche per lui, consci del fatto che in caso di bisogno avrebbero potuto contare sul suo intervento.

Cranio TrapanatoUn teschio dell’Età del Bronzo da Gerico, Palestina, 2200-2000 a.C. Un primo esempio di trapanazione, la più antica forma di neurochirurgia, che consiste nel praticare, con un trapano, un foro nel cranio.
Fonte: Wellcome Images/ Wikimedia Commons.

Nel Neolitico invece l’uomo divenne sedentario: in questo periodo si riusciva ormai a coltivare il terreno e ad addomesticare gli animali. Tuttavia se un luogo non era produttivo, gli uomini erano pronti a trasferire altrove i propri insediamenti. L’aspettativa di vita aumentò decisamente (pur rimanendo assai lontana da quella die nostri tempi) e quindi gli uomini avevano più tempo anche per ammalarsi di malattie interne come ad esempio il mal di pancia. Come interveniva la medicina in questi casi? Come ogni cosa l’esperienza fu la chiave fondamentale. Torniamo brevemente indietro e pensiamo all’uomo che per cadute o combattimenti aveva escoriazioni sulla pelle: molto spesso si strofinava la ferita con erbe raccolte a caso per avere sollievo ma nella maggior parte dei casi ciò portava a un’infezione e alla morte; tuttavia nel caso in cui l’erba trovata era un’erba medica ad effetto antibiotico, non solo essa alleviava il dolore ma curava le ferite. L’uomo medicina notava questi casi e accumulava esperienza: sapeva quali erano le erbe da usare e quali no. Molti uomini che avevano mal di pancia avevano sicuramente constatato che con il vomito il dolore andava via; altri uomini avevano sicuramente scoperto a loro spese che particolari erbe non erano buone da mangiare, anzi procuravano il vomito. Ancora una volta l’uomo medicina accumulando esperienza consigliava erbe emetiche a chi aveva mal di pancia per alleviare il dolore. Possiamo facilmente capire che nel Paleolitico e nel Neolitico quindi si praticava più che altro una medicina istintiva. L’esperienza, che se vogliamo possiamo paragonare a un metodo scientifico acerbo e primordiale, è stata infatti il motore fondamentale della medicina preistorica. Il concetto del vomito era associato anche a un culto tipicamente antico: il culto del demone, la futura materia peccans. Una donna incinta in età preistorica era un caso particolare: non si sapeva come fosse possibile che un essere umano potesse portare al suo interno un altro essere umano. Era probabilmente diffuso il sentore che l’atto sessuale c’entrasse qualcosa, ma fatto sta che il bambino causava dolore e sofferenza ed era visto come un demone da cacciare per ottenere sollievo. Così come il vomito era visto come il demone da cacciare per far passare il mal di pancia.

Ma cosa succedeva quando la malattia interna era il mal di testa? Il ragionamento dell’uomo preistorico era sempre lo stesso: cacciare il demone per ottenere la guarigione. Nacquero così le trapanazioni craniche: il dolore era alla testa, così il demone doveva uscire dalla testa e l’unico modo per fare ciò era perforare il cranio del malcapitato a colpi di selce. A conferma di questa ipotesi sono stati trovati infatti molti resti umani risalenti al Neolitico in cui i crani presentavano vistosi fori compatibili con dei colpi di pietra acuminata. Come è facile immaginare il più delle volte il soggetto moriva dissanguato. Ma allora perché l’uomo preistorico ha continuato a fare trapanazioni craniche come ci dimostrano i ritrovamenti? Le trapanazioni venivano effettuate in nome di quei pochi che si salvavano. Ovviamente a salvarsi non era il povero uomo affetto da una banale cefalea, bensì il soggetto affetto dalla più rara emorragia subaracnoidea (trattasi della rottura di un vaso a livello dell’aracnoide, una delle meningi del cervello, a cui segue un versamento sanguigno che si diffonde lentamente e causa inizialmente forte mal di testa dovuto alla compressione dell’encefalo per accumulo di sangue). Lo sviluppo di un’emorragia subaracnoidea può portare in breve tempo alla morte se non viene trovato il modo di decomprimere il cervello e paradossalmente, la trapanazione cranica favoriva la fuoriuscita del sangue e la decompressione dell’encefalo dando una chance di sopravvivenza allo sfortunato individuo. Così gli uomini preistorici effettuavano trapanazioni craniche su chiunque lamentasse mal di testa perché non conoscevano la differenza tra cefalea ed emorragia subaracnoidea, ma avevano imparato con l’esperienza che grazie a questa pratica qualcuno riusciva a salvarsi.

Come abbiamo potuto osservare, la storia della medicina va di pari passo con tutte le altre storie ed è in stretto legame con la tecnologia. In questo piccolo focus ci siamo concentrati su un’analisi della vita e della salvaguardia della vita in tempi antichissimi perché la medicina è ed è stata esperienza, ricerca, scienza, progresso ma soprattutto salvaguardia della vita. Dobbiamo a questi primi uomini e alla loro disperata ricerca della sopravvivenza la nostra presenza oggi sulla Terra, dobbiamo alla nostra intelligenza il privilegio di essere l’unica specie in grado di curare e migliorare se stessa al prezzo sì di grandi sacrifici ma con un risultato sempre visibile. Ed è con la stessa intelligenza che ci contraddistingue in quanto umani che non dobbiamo lasciare il campo della ricerca, al contrario dobbiamo continuare ad accumulare esperienza (così come fecero i nostri antenati) per un futuro migliore, investendo su noi stessi e sulle nostre potenzialità.

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