Cultura & Intrattenimento

Il grido dell’aquila ferita

di Rossana Venezia

Una città assediata, eserciti che combattono sanguinosamente, deturpando, soffocando gli animi, scegliendo la morte anziché la vita, uomini contro uomini, famiglie contro famiglie, un mare non più sorgente di speranza ma laguna rossa, corpi inermi seccati dal sole. Così immaginiamo la guerra, così io ho sognato la guerra di Troia. E non posso dimenticare colei che derisa, frustrata, violentata ha per prima visto, udito, avvertito la sorte che quegli uomini e quelle donne avrebbero dovuto subire.

Il suo grido somiglia a quello di un’aquila, forte, veloce, energico, vitale. Sarà stato il suo grido alla vita: lei urla in alto verso l’alto, dove il cielo va a finire, forse maledicendo quella guerra che stupra l’intera umanità, sevizia la terra rendendola impura; un grido di un’aquila che punisce la pace per non essere stata capace di esistere, di esserci. E quest’aquila che innalza un urlo di tragico dolore non è alto che Cassandra.

E leggo di Cassandra e la vedo lì sulle mura della città, la più bella delle figlie di Priamo, forse bionda, gli occhi color del cielo, occhi di acciaio, immensi come quelli della civetta sulle monete ateniesi, la pelle bianca, candidamente pulita, con un portamento regale innalza le spalle, gonfia il petto per trattenere le lacrime, arginando un pianto mille volte concepito e mai lasciato libero, distrutto dal troppo silenzio. Così austera, incline alla disperazione, avverte per prima il fragore delle ruote. Il carro è lontano, ma Cassandra lo percepisce e nell’incerto chiarore che sbianca il cielo a oriente discerne il padre accanto all’araldo. Dietro di lui, steso sul carro, scorge il fratello morto e lancia il grido da aquila ferita che desta la città: ” Venite, Troiani e Troiane, venite a vedere Ettore che ritorna, se mai vi rallegraste quando rientrava dalla battaglia e tutti gioivano nel vederlo…” (Il. XXIV 679). Non vi è nessuno accenno alle sue facoltà di veggente, lei in Omero non ha poteri soprannaturali, la giovane ode, vede prima degli altri e più degli altri perché è la sola vigile, logorata dall’ansia che delinea presagi solo come chi veramente ama sa fare.

Da mitografi posteriori a Omero ci viene la leggenda che Cassandra e il fratello Eleno da bambini si addormentarono nel tempio di Apollo; li ritrovarono più tardi: un serpente lambiva loro le orecchie. Da quell’animale sacro alla mantica e alla medicina Cassandra avrebbe appreso il linguaggio degli uccelli, i più sicuri portatori di presagi. Secondo un’altra versione, fu Apollo, innamorato di lei, a istillarle la capacità di profetare con la sua saliva in un bacio; e da quel giorno, pur sottraendosi agli amplessi del dio, ella fu cosa sua. Il dio, per esserne stato respinto, la condannò a non essere creduta mai. Difatti la caratteristica su cui si concentra l’attenzione nei confronti dell’eroina sarebbe in primo luogo la sua abilità profetica, peculiarità che non sembra comparire nell’epica omerica, dove Cassandra si distingue per la sua bellezza – è “simile all’aurea Afrodite” (Il. 15. 700) – e appare come promessa sposa. L’arte profetica di Cassandra potrebbe essere un motivo inserito dopo, nella tradizione rapsodica post-omerica. Il personaggio di Cassandra – màntis ispirata – è presente nei tragici greci in due episodi: il primo riportato nell’Agamennone di Eschilo, l’altro nelle Troiane di Euripide. In Eschilo Cassandra trova in Apollo un nemico, un avversario che lotta contro di lei. Ma in questa circostanza Cassandra appare non solo come preda inerte di Apollo, ma anche come donna indocile che si è rifiutata di obbedire. Cassandra, quindi, in Eschilo, paga la sua condotta ribelle perché non si è soggiogata al desiderio o alla volontà altrui. Ιn Euripide la relazione tra Cassandra e Apollo è dissimile; il dio la protegge e l’insofferenza della profetessa si inquadra su Agamennone, che è completamente preso dall’eros nei suoi confronti.

Euripide nella tragedia che presenta i casi sfortunati delle donne dei vinti fa di Cassandra una creatura invasata e delirante. Le altre donne, la madre stessa provano pietà e vergogna per la giovane demente che si avventa sulla scena con la torcia accesa nelle mani, inneggiando sinistramente alle sue nozze imminenti con il re nemico. Nelle Troiane la Cassandra invasata da Apollo e Dioniso si presenta come vittima degli uomini che senza pudore, in un atto di hýbris, non riconoscono neanche la donna aiutata dagli dèi. Saranno loro, i maschi a subire la punizione divina: così pagherà Agamennone, che opera profanamente prendendo come concubina la vergine sacerdotessa del dio e pagherà Aiace, che non aveva indugiato a violare la vergine nel tempio di Atena. Infatti alla caduta di Troia Cassandra si rifugia nel tempio di Atena inseguita da Aiace Oileo che la trascina via mentre tenta di rimanere abbracciata alla statua della dea. Di questo episodio non c’è alcuna menzione nei poemi omerici ma nel prologo delle Troiane di Euripide è evidente che questa violenza fonderà le basi della punizione di Atena verso i greci: si tratta infatti di un atto di hýbris contro la dea, è stato violato il diritto di asilo. E dunque Cassandra “donna veggente” rappresenta la “donna saggia”, incarnando un binomio – donna e sofia – destinato ad essere causa di malessere per l’uomo greco, che rifiuta questa combinazione.

I poeti le riconoscono il titolo di “colei che ha molto sofferto”. In verità anche le altre donne di Troia sono vittime della violenza, ma Cassandra è più vulnerabile perché è più consapevole. I suoi occhi, fermi come lame d’acciaio, rilevano il fondo della realtà e per questo nessuno le dà ascolto: gli uomini distesi nei pregiudizi e nel loro cieco egoismo, si rifiutano di accettare le sue profezie, che altro non sono che denunce del male. Il suo messaggio rimane inascoltato perché contesta i principi che regolano la società del suo tempo e propone un diverso sistema di valori. Cassandra trascende l’età di Omero e quella successiva: si distacca dal tempo in cui è stata posta come figura del mito, vive e opera nell’assoluto.

E ritorniamo a quegli occhi magnetici, fissi nel vuoto, sembra quasi che cerchino il futuro, si rifugiano in ciò che sarà senza riflettere su ciò che è, impazziscono nel nulla, non piangono, non si bagnano di stille di dolore, non agiscono ma deplorano, condannano, subiscono la violenza e l’ingiustizia. Sembra che con i suoi occhi d’acciaio essa ci guardi in viso e nella sua inerme consapevolezza, metta a nudo l’essenza risposta delle cose; alla radice del male ella addita la dismisura, la violenza, l’egoismo, la ferocia. Insonne, irrequieta come una pantera, ella intuisce il futuro semplicemente perché vede la realtà umana, turpe, sfrenata, e ne prevede gli esiti fatali. Cassandra tocca il fondo delle coscienze non con il ragionamento ma con l’emozione.

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