Attualità & Territorio

Lo spauracchio del “gender” e l’educazione alla diversità

di AA.VV.

Estate, stagione di Pride. In molteplici città italiane la popolazione si è riversata nelle strade, nelle vie, nelle piazze per chiedere a gran voce il riconoscimento dei propri diritti. Quest’anno l’Onda Pride ha toccato numerose città, tra le quali la nostra Benevento, e si concluderà a Reggio Calabria il primo agosto. Tra le manifestazioni cittadine, le discussioni sul ddl Cirinnà e la recentissima sentenza della corte di Strasburgo, i diritti LGBT+ sono, in questo preciso momento storico, al centro del dibattito nazionale e internazionale.

Ma nonostante i passi in avanti, gli attivisti LGBT+ italiani si trovano a fronteggiare le cialtronerie di quei movimenti che preannunciano apocalissi, sciagure, disastri naturali, cataclismi e calamità in tutte le salse in caso il nostro ordinamento giuridico ricoscesse le unioni civili tra persone dello stesso sesso. La tattica più popolare per screditare la comunità LGBT+ è senza dubbio la martellante campagna contro la “teoria gender” o “ideologia gender” – denominazione curiosa, dato che i due termini non sono sinonimi. Com’è ovvio, questa presunta “ideologia gender” non esiste: è una teoria complottista fabbricata ad arte da forze di stampo conservatore e ultracattolico per spaventare il cittadino medio, facendogli credere che a causa dei brutti gay cattivi le scuole italiane indottrinino i bambini con la propaganda omosessualista (?) insegnando loro a masturbarsi a quattro anni, fare sesso a nove e abortire a quindici.

Qual è la verità?

il-genderPartiamo dalle basi: il significato di “gender”. Strumentalizzato dalle forze sopracitate neanche fosse uno dei tanti nomi del demonio, in realtà è un termine inglese coniato da alcune branche della sociologia, corrispettivo dell’italianissimo “genere”. Ma cosa vuol dire “genere”? Basta tornare indietro con la mente alle scuole elementari. Ricordate quando nell’analisi grammaticale vi si chiedeva di definire genere e numero? Se il secondo può essere singolare o plurale, la memoria vi suggerirà che il genere si classifica come maschile o femminile. Perché, allora, “genere” e non “sesso”? Be’, nel nostro linguaggio una sedia è “femmina” e un tavolo è “maschio” a causa di una serie di evoluzioni e processi linguistici, non certo perché la sedia o il tavolo abbiano un sesso ben distinguibile. Ecco, dunque, cos’è il genere: caratteristiche “maschili” o “femminili” derivanti da consuetudini culturali piuttosto che tratti anatomici.

Ma, obietterete, gli esseri umani hanno eccome un sesso ben distinguibile! Certo, ma nessun ordine naturale impone il rosa alle femmine e il blu ai maschi, il divieto di indossare gonne agli uomini, la depilazione alle donne. Sono, per l’appunto, consuetudini culturali che, consolidatesi nel tempo, hanno delineato il genere maschile e quello femminile. Diversamente da quanto affermano le summentovate fonti in malafede, infatti, gli orientamenti sessuali come l’omosessualità, la bisessualità, l’asessualità non sono generi. Con identità di genere si indica quell’intimo, intrinseco senso di appartenenza al maschile o al femminile: nient’altro, insomma, che la controparte psicologica del sesso anatomico! Non per nulla abbiamo la certezza scientifica che i bambini comprendano di essere maschi o femmine – ovvero prendano consapevolezza della loro identità di genere – tra i due e i cinque anni; una scoperta che precede, e di molto, quella del proprio orientamento sessuale, che avviene invece durante l’adolescenza.

È quando entra in gioco il sessismo che la faccenda diventa problematica. Sebbene infatti muova qualche passo in avanti per favorire la parità di genere – o parità dei sessi che dir si voglia – la nostra società continua ad avallare l’esistenza degli stereotipi di genere. “Le donne sono deboli”, “Gli uomini non piangono”, “Le donne sono superficiali”, “I padri non sono importanti quanto le madri” sono soltanto alcuni esempi dei preconcetti che avvelenano la mente dei bambini, scoraggiandoli dal perseguire le loro passioni. È importante insegnare ai minori che gli stereotipi non sono verità dogmatiche: nessuna bambina dovrebbe sentirsi un pesce fuor d’acqua perché da grande vuole fare la calciatrice o preferisce lo zaino dell’Uomo Ragno a quello della principessa Disney, nessun bambino dovrebbe essere emarginato perché sogna di diventare un ballerino e predilige i bambolotti alle macchinine.

enhanced-buzz-28769-1386733430-27Fermi tutti, diranno i lettori più attenti. Cosa ha a che fare tutto questo con l’omosessualità? Tutto ha inizio quando l’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, organo del Ministero delle Pari Opportunità – lancia il progetto “Educare alla diversità a scuola”, commissionando la realizzazione di tre libretti all’istituto A.T. Beck, associazione scientifico-professionale di psicologi e psicoterapeuti. Gli opuscoli sono dedicati alla prevenzione e al contrasto di sessismo, razzismo, abilismo, anzianismo nonché di omofobia, bifobia e transfobia nelle scuole; sono rivolti esclusivamente agli insegnanti e possono essere utilizzati con le modalità che questi ultimi e i genitori, coinvolti dalla scuola nel progetto, ritengono più opportune. Risultato? Il giorno dopo le autorità religiose urlano allo scandalo: tra frottole, mistificazioni, falsità e strumentalizzazioni, esse si scagliano contro la “colonizzazione gender” (?) nelle scuole, pressando affinché il progetto sia ritirato, cosa che avviene poco dopo. Ma cosa c’era scritto di così pericoloso in quegli opuscoli?

Spesso valutiamo le persone esclusivamente per le somiglianze che hanno con noi e rifuggiamo le differenze. È il “pensiero prevenuto”, che ostacola profondamente l’emergere di una cultura dell’integrazione e crea una cultura rigida, non accogliente, che non lascia spazio alla possibilità di integrare chi è “diverso”. E così l’immigrato, il disabile, il socialmente diverso, la donna, l’omosessuale o l’anziano diventano spesso oggetto di pregiudizi e distanza interpersonale.
Sarebbe opportuno, allora, sensibilizzare ed educare precocemente le nuove generazioni ad apprezzare la diversità, a valorizzarla, a considerarla come risorsa e non come limite, a rispettare incondizionatamente tutte le persone, superando rigidità relazionali e pensiero prevenuto.
Questo volume si propone di fornire suggerimenti a psicologi, insegnanti ed educatori, perché possano indurre i minori ad integrare il cosiddetto “diverso da noi”, perché riescano a sensibilizzarli al rispetto, all’accettazione e all’integrazione delle alterità, portatrici di quella implicita diversità che costituisce il tratto comune dell’appartenenza al genere umano.

– dalla presentazione del volume “Educare alle diversità a scuola”

Wow, insegnare ai bambini a non emarginare i “diversi”. Questo sì che causerà il tracollo dell’umanità.

progetto UNARMa come, vi starete chiedendo, possibile che tutto questo parlare di “libri gender” (?), “lezioni gender” (??), “lobby gender” (???) non sia che il becero tentativo dei fondamentalisti di riacquistare consenso e contrastare due storici antagonisti quali l’emancipazione femminile e la comunità LGBT+? La risposta è sì, esattamente. Non si spiegano altrimenti i numerosi interventi di autorità religiose e politiche che associano coppie dello stesso sesso, famiglie omogenitoriali, persone transgender e progetti incentrati sulla parità tra donne e uomini a minacce terroristiche come l’ISIS, alla dittatura nazista, alla bomba atomica. Dopotutto che aspettarsi da una società che si indigna di fronte a un bacio tra due uomini in TV esclamando “Come lo spiego a mio figlio?” e poi brucia i libri con i quali si aiutano genitori e insegnanti ad affrontare l’argomento?

L’educazione alla diversità è necessaria per creare una società tollerante e accogliente che non abbandoni i suoi cittadini in base ad antichi pregiudizi. Viene da chiedersi perché tale insegnamento sia considerato talmente minaccioso da montare un complotto di dimensioni titaniche su una teoria inesistente pur di abbatterlo, non è vero?

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