Le vite degli altri

Il sogno americano

di Serena Russo

Attenzione: questo articolo vuole essere critico. Si sconsiglia la lettura ai pettegoli. I pregi della mia università ve li racconto la prossima volta.

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Prima di trasferirmi nei Paesi Bassi, avevo grandi aspettative riguardo il college in cui avrei passato i successivi tre anni della mia vita. Sono innumerevoli i film americani che ci mostrano la vita degli studenti statunitensi, le feste con le tipiche red cups, i bicchieri rossi, il beerpong, gli armadietti nei lunghissimi corridoi, i gruppi sportivi, le ragazze pompon e le amicizie che durano una vita. La mia università è americana, e tale me la aspettavo. Forse tutti però sappiamo, o almeno dovremmo sapere, che i film non sono lo specchio esatto della realtà, ma sono piuttosto una realtà distorta, spesso resa utopia, sicuramente più rosea di quanto sia.

Ho notato ben presto che tanti miti sulle università americane sono veri, peccato che non ci siano gli armadietti personali perché quello era proprio il mio dettaglio preferito. Gli armadietti ce li abbiamo, ma sono neri, piccoli, e a pagamento. Non li usa nessuno. Così, dopo il mio primo giorno di università, il mio sogno di possedere il mio armadietto personale e di decorarlo con le foto di Channing Tatum a torso nudo e con gli adesivi a forma di cuoricino era svanito in un battito di ciglia. Ho ben presto scoperto, però, che i voti erano dati all’americana: il più alto sarebbe stato una A+ e il più basso una F, una delle poche cose che ha senso, dato che F sta per fail. Posso dire con sicurezza che, dopo due anni, ancora non ci capisco niente di questi voti, e a volte avere una B, che corrisponde all’incirca al nostro 26, mi fa sentire un asino matricolato. Lo sfizio di ricevere un giudizio all’americana, dunque, ha iniziato a stufarmi già all’alba dei primi esami, che dovetti preparare a tempo di record già entro fine settembre (essendo sotto un regime pseudo-dittatoriale, se avessi voluto prendermela con un po’ più di calma, mi avrebbero rispedito dritta dritta nella ridente Saint George a calci in cu*o).

Seguire le lezioni alla mia università ha i suoi pro e i suoi contro. Le classi ospitano al massimo ventotto studenti, e, anche volendo, più di ventotto studenti non entrerebbero comunque nell’aula. In compenso, abbiamo tutti abbastanza spazio da poterci spaparanzare a lezione, peccato però che non ci sia l’occasione per distrarsi. Essendoci in classe così poche persone, i professori conoscono tutti per nome, notano se sei assente volendo poi sapere nei minimi dettagli il motivo per cui non hai potuto assistere all’interessantissima lezione sulla psicologia dei disegni della propria figlia di quattro anni (giuro che è successo), e ti riprendono se ti distrai. La cosa bella dell’avere delle classi così piccole è che, teoricamente, dopo un semestre ci si sente come con i propri compagni di classe delle superiori. Teoricamente, però.

Perché, se è possibile, la competizione alla mia università è perfino maggiore di quella che si percepiva alle superiori. La differenza sta nel fatto che, mentre alle superiori gli studenti tendono a non seguire ma poi pretendono di avere sempre un voto più alto rispetto a ciò che meritano, al mio campus si impegnano davvero. Riuscire a intervenire in una lezione equivale quasi a vincere la lotteria, si fa a gara a chi alza la mano prima, e guai a essere notato dal professore prima di loro! Occhiate malefiche ti attraversano il corpo, ti fanno sentire quasi i brividi. La Serena sangiorgese a volte si chiede se per caso qualcuno non le abbia fatto il malocchio. La cosa peggiore, poi, è avere in classe il saccente, o la saccente, del campus. Uno di loro sembrava farlo apposta a iscriversi a tutti, e dico tutti, i miei corsi. Lo chiamerò Faccia di Scimmia per mantenere la sua privacy (a patto che ne abbia, di privacy, dato che al mio campus questo è un termine ignoto a tutti). Il soprannome è dovuto alla sua faccia, anche se comunque visto nell’insieme sembra uno scimmione in ogni aspetto. Ha persino la voce da scimmia (con la tubercolosi). Tutto questo ovviamente non dovrebbe disturbarmi, per carità, la natura purtroppo non è stata gentile con lui. La cosa che mi porta a chiamarlo così, però, è il fatto che è estremamente fastidioso. Fa parte del gruppo dei saccenti, di cui lui è il capo supremo. Non c’è una lezione, dico una, in cui lui non alzi la mano almeno dieci volte. Risponde ad ogni domanda possibile, e spesso le azzecca. Mentre inizialmente aveva la mia totale stima e ammirazione (Come fa questo a sapere tutto?! Deve essere davvero un genio), pian piano ho capito che era tutto fumo e niente arrosto, dato che, quando si coprivano argomenti studiati nel corso di livello inferiore, lui non ricordava nulla. Ma, ovviamente, si ostinava a litigare con i professori che correggevano la sua risposta. Insomma, il tipico “ciuccio e presuntuoso”. Unico pregio: sa elencare a memoria tutti i numeri del pi greco in pochi secondi (cosa per cui ha vinto una deliziosa torta giallognola da discount gentilmente offerta dall’associazione studentesca).

competitiveLa competizione alla mia università è percepibile in ogni angolo del campus: bisogna essere sempre i più intelligenti, i più bravi, e allo stesso tempo i più popolari. Come se l’ansia da prestazione scolastica e sociale non fosse già abbastanza, immaginate cosa voglia dire vivere in un piccolo luogo, abitato soltanto da circa 3000 persone (il che porta logicamente allo sfociare di innumerevoli pettegolezzi). Insomma, un paesino di montagna. Solo che le montagne noi non le abbiamo, perché siamo nei Paesi Bassi, in cui l’altura più elevata è costituita dalla tana della talpa che vive di fronte alla mia finestra.
Vivere in questa specie di parco circondato da quattro mura ha i suoi vantaggi. Hai tutto a portata di mano, puoi tranquillamente dare libero sfogo alla tua pigrizia. Molti hanno suggerito negli anni di aprire un “Albert Heijn” del campus, il famoso supermercato olandese. Purtroppo per i pigri tra di noi (secondo alcune leggende metropolitane, il 98% degli abitanti del campus è pigro, mentre il restante 2% è costituito dai senza cervello delle confraternite che si vanno a pompare in palestra), il nostro sogno non è mai diventato realtà. In compenso, la ragazza più popolare del campus ha ottenuto il permesso di avere un mini-Starbucks nel campus, solo che devi fare tutto tu e nessuno chiede il tuo nome, quindi non c’è proprio sfizio.

Lo svantaggio del vivere tutti insieme non è difficile da immaginare. Voi sperate di prendere la valigia e correre via da quei bigottoni di San Giorgio Beach, il cui unico passatempo è grattarsi la pancia davanti al bar e spettegolare di cose più o meno vere. In effetti state per trasferirvi nel paese della tolleranza, sarete circondati da persone che provengono davvero da tutto il mondo… ve lo assicuro, cari i miei lettori, il detto “ogni mondo è paese” è proprio vero. Le chiacchiere si espandono a macchia d’olio, persino più velocemente di qui, in quanto i nostri dirimpettai sono studenti, proprio come me. I miei vicini di casa sono i miei amici e nemici, dividiamo il pranzo e la cena insieme, dormiamo a due metri di distanza, ci laviamo nello stesso edificio, e studiamo a due passi l’uno dall’altro. Le notizie ci mettono una serata a diffondersi. E come ogni paesino di pettegoli che si rispetti, un piccolo evento viene rivisitato, ingigantito, merlettato, e alla fine ti ritrovi con delle storie degne del più grande romanziere. Ad esempio, una volta una mia conoscente cambiò casa perché la sua stanza era stata dichiarata inagibile. Il caso voleva che lei vivesse con una sua cara amica. Lei divulgò agli amici stretti il vero motivo della sua partenza, senza omettere il fatto, però, che forse sarebbe stato meglio così, dato che avrebbe potuto anche avere l’occasione di allargare il giro delle sue amicizie, invece di passare quasi tutto il suo tempo con l’amata coinquilina. Beh, non conosco di preciso le varie aggiunte e omissioni che sono state apportate a questo avvenimento per arrivare alla sua versione conclusiva, né tantomeno quante versioni diverse siano esistite, sappiate soltanto che dopo due mesi l’amata coinquilina era diventata una pazza isterica, un po’stalker, che l’aveva costretta a fuggire via, ben quattro appartamenti più in là rispetto a lei, per sfuggire alla sua ossessività. La ragazza, da allora, è trattata un po’ come la peste da tutti, senza che ci sia un vero motivo apparente.

Insomma, riuscire a vivere dignitosamente e in maniera indisturbata nel mio campus richiede una certa furbizia. In ogni caso, sembra che non ci sia una via di mezzo: o inizi a “fregartene” di ciò che gli altri dicono di te, e decidi di essere attivo nel campus, oppure diventi una shadow, un’ombra, ossia non partecipi in alcun modo alla vita sociale. In ognuno di questi casi, sarai criticato. Ma almeno, se diventi un’ombra, sei criticato per qualcosa di vero! Perché, inevitabilmente, se sei anche un minimo conosciuto nel campus, prima o poi finirai nella bocca di tutti, e molto probabilmente per qualcosa che non hai fatto. Ricordo bene, due mesi dopo essere arrivata, il discorso che due veterani fuori corso mi fecero: non fidarti mai di nessuno! Gli studenti qui si mostreranno disponibili ad ascoltarti e darti una mano, ma appena fai una minima critica, il giorno dopo lo saprà il diretto interessato, e dopo una settimana o due la tua piccola antipatia verso questa persona si sarà trasformata in furia omicida. Oppure, se racconti qualcosa di personale, per esempio che hai baciato un ragazzo, tra un mesetto per il campus sarai incinta. Per fortuna diedi loro retta. Mi sono state riferite infinite storie dell’altro mondo, ma ho imparato a dare retta solo ai diretti interessati.

pettegolezzoDi certo vivere in un ambiente del genere non è facile, però ha i suoi vantaggi. In fondo ti prepara all’eventualità in cui, dopo essere caduta in bicicletta mentre trasporti quattro casse di birra sul portapacchi e la tua migliore amica sul manubrio, sbatti la testa sul marciapiede e il pesante trauma cranico ti porta a decidere improvvisamente di tornare a vivere a San Giorgio Beach!

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