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Goodbye, Xavi!

di Vanni Filloramo

1487706_10206112587886823_2788057901159426614_oNon so quanto la simmetria abbia realmente a che vedere con l’estetica, ma ci sono indubbiamente delle volte in cui rette o parabole al limite della geometria riescono a trascendere le migliaia di potenzialità che un corpo in movimento possiede di per sé.

C’era una volta un uomo che riusciva, tramite la geometria, a disegnare architetture perfette, di una leggerezza quasi romanica. Esisteva, una volta, un personaggio in grado di far apparire e sparire a piacimento la sfera, quasi come se per magia o meglio per alchimia riuscisse a sublimare la materia. Se costui, che già all’età di ventitre anni veniva appellato come il Professore, fosse ancora qui, ne vedremmo certamente delle belle.

Xavi Hernández è stato sicuramente uno tra i due, massimo tre, registi migliori degli ultimi dieci anni di calcio. Ha disegnato, creato, filosofeggiato, e infine, al momento più idoneo, proprio con la tempistica di un uomo di teatro, che sa quando e dove è gradita la propria presenza, ha detto “Addio”. Goodbye, allora, o mio capitano. Una frase simile a questa si è vista calare dalle tribune del Camp Nou lo scorso 23 Maggio, quando il maestro, presentatosi come “leone magno” di fronte ai 90.000 catalani presenti allo stadio, ha pronunciato le rituali parole di commiato. Non c’è da piangere però, se non per lui, che nel 2003, nonostante la squadra andasse male e avesse ricevuto offerte più che allettanti dalla Germania, decise di continuare a servire l’altare azulgrana. Ma in fondo ha sempre saputo aspettare il momento giusto, con o senza la palla.

Seppe accettare con umiltà l’inspiegabile panchina che Rijkaard gli riservò in occasione della finale di Champions del 2006, quando nonostante avesse disputato da titolare tutta la fase a eliminazione diretta, gli toccò pronunziare un avvilente “In bocca al lupo” ai propri compagni. Due anni dopo arrivò invece alla corte estelada un caro amico, Pep Guardiola, le cui prime parole furono: “Xavi, senza di te non riesco nemmeno a immaginare il Barcelona”. Divenne così il perno della squadra più vincente del calcio moderno, quella del TikiTaka, delle due Champions e dell’interminabile diatriba ispano-catalana. Anche quando Pep lasciò i blaugrana sbattendo fragorosamente la porta, decise di restare a Barcellona, col fiato sospeso ad aspettare che un altro carissimo compagno di viaggio si riprendesse dal carcinoma che aveva da poco contratto.

11713713_10206112588446837_6192108249527307671_oTito Vilanova, però, come la cronaca ha ormai da tempo sentenziato, non si riprese mai da quel triste malanno, e Xavi, anche probabilmente per rispetto di chi non c’era più, decise che avrebbe continuato a marciare sotto il meraviglioso sole catalano con la fascia da capitano stretta al braccio. Non era ancora il momento di lasciare il suo club, quello che sua madre letteralmente idolatrava fin da quando lui non era che un bambino. No, serviva un’ultima importante vittoria, quella del capitano, quella che avrebbe potuto ridonare a una piazza ormai scossa e priva di un’identità che a lungo l’aveva caratterizzata la magia che avrebbe invece meritato.

E forse serviva proprio un signore antipatico, uno di quelli le cui idee danno sempre fastidio, per come vengono impartite e comunicate al prossimo. Serviva proprio un arrogante, e chi meglio di Luis Enrique. Il mister proclamò di fatto fin da subito un paio di dettami a lui imprescindibili, e nonostante il suo rapporto con la piazza e con l’Equip non abbia mai lontanamente rasentato l’idilliaco, ha saputo comunque ridonare freschezza a una formula ormai stanca. Il Barça, lo sapete, ha vinto tutto, compreso quello che ormai da anni viene considerato un trofeo a se: “El Triplete”. È così che allora Xavi ha finalmente potuto dire addio, dopo ventiquattro anni, dopo aver onorato la memoria di un amico, di una persona che in lui ha creduto incondizionatamente, fino alla fine. E se le lacrime versate sul parterre del Camp, quelle che hanno spezzettato il suo altrimenti fluidissimo català, non fossero bastate, mi ci metto anch’io con il sentimentalismo. “6ràcies, Xavi”.

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