Cultura & Intrattenimento

Non solo Titanic: James Horner e la commedia per ragazzi

di Silvia Martignetti

Fino a qualche settimana fa, James Horner era un illustre sconosciuto per la maggior parte di noi. D’altronde, eccezion fatta per personalità affermate come Ennio Morricone, chi fa musica per il cinema raramente penetra nella mente dello spettatore con le sillabe piuttosto che con le note. Firma delle colonne sonore di colossi come “Aliens”, “Braveheart”, “La maschera di Zorro”, “A Beautiful Mind”, “Avatar” e “Titanic” – queste ultime valsagli l’Oscar alla Miglior Colonna Sonora – il nome di Horner popolerà la rete ancora per qualche giorno prima di finire fagocitato dalle spire del web. Oggi non desidero riproporre l’ennesimo coccodrillo giornalistico, bensì ricordare Horner per l’impatto che ha avuto sulla mia, di vita. È stata la sua musica, infatti, a cullare i miei occhi infantili mentre osservavano stralunati Rex, Spiaccica, Elsa e Goffardo sfilare lungo le strade di New York, Balto e la fuga senza tempo per salvare i malati di difterite, Richard Tyler affrontare personaggi letterari a colpi di fantasia, i fratelli Szalinski e i vicini Thompson venire miniaturizzati, la piccola Cindy Lou redimere il Grinch. Il mio tributo a James Horner analizzerà le colonne sonore di quattro grandi classici per bambini e ragazzi che hanno fatto la storia degli anni ’80 e ’90, rimanendo marchiati a fuoco nella mia memoria.

Torniamo indietro sino al 1986, quando al cinema compare “Fievel sbarca in America”: uno dei capolavori del registra Don Bluth, dissidente Disney poi fondatore dei Sullivan Bluth Studios. Dopo il successo di “Brisby e il segreto di NIHM” (1982), Bluth instaurò una collaborazione con la Amblin Entertainment, casa di produzione di nientedimeno che Steven Spielberg. Il film, la cui trama si impernia sulle grandi migrazioni di inizio Novecento, fa uso di topolini antropomorfi, assai in voga all’epoca, per raccontare l’utopia e le contraddizioni del sogno americano. Horner compose per la pellicola una serie di brani che ne narrano infatti la parabola discendente: dall’illusione di un’esistenza migliore, ben illustrata da There Are No Cats In America, passando per il mito del self-made man con Never Say Never, per giungere sino alla melodia agrodolce di Somewhere Out There. I brani strumentali, eseguiti dalla London Symphony Orchestra e dal Choir of King’s College, sono uno dei mattoni su cui poggia l’intero apparato: lo svolgersi della trama è in magistrale sincronia con i virtuosismi di archi, legni, ottoni, percussioni. Da notare la presenza di numerosi riferimenti musicali: la marcia “Stars and Stripes Forever” di John Philip Sousa, “Poor Wand’ring One” dall’opera comica I pirati di Penzance, la canzonetta del ’47 “Galway Bay”.

Il successo persuase Horner a lavorare nuovamente con il duo Bluth-Spielberg, che, coadivauto anche dalla Lucasfilm di George Lucas, nel 1988 produsse “Alla ricerca della Valle Incantata”. Avventura drammatica di stampo preistorico, la vicenda segue le disavventure di un gruppo di giovani dinosauri i quali, dopo la brusca separazione dai genitori, peregrinano alla ricerca di una misteriosa Valle Incantata, luogo sempreverde al riparo dalla minaccia dei predatori. I protagonisti, muti nelle stesure iniziali della sceneggiatura, avrebbero espresso collera, panico, sconforto principalmente attraverso la musica. E Horner riuscì egregiamente nell’impresa: il sonoro, ineccepibilmente amalgato all’animazione – all’uscita i più arditi osarono addirittura il paragone col “Fantasia” di disneyana memoria – narra e amplifica la meraviglia, il terrore, persino i fenomeni naturali, dal raggio di sole che fa capolino tra le nuvole al vulcano che erutta lava facendo scempio dell’ambiente circostante. La morte della madre di Piedino, che si conquista di diritto un posto tra le dipartite memorabili della storia dell’animazione, deve gran parte della sua potente carica emotiva al tema melodico. Differentemente dal lungometraggio precedente, la colonna sonora è del tutto strumentale; unica eccezione il brano If We Hold On Together. Il sapore biblico del testo, coi suoi accenni a una valle tra le montagne dove sorge una fontana che asciuga tutte le lacrime, dona alla pellicola un livello di metalettura inedito, come se i piccoli dinosauri avessero intrapreso non solo un viaggio alla ricerca di un luogo sicuro, ma un itinere metempsichico verso un Eden promesso che trascende i confini tra mondo sensibile e soprannaturale.

Ma il nome di Horner non resta relegato alla sola animazione: nel 1995 è la volta di “Jumanji”, pellicola che mesce commedia, avventura e fantastico. Fulcro del film sono i temi della crescita, del rapporto genitore-figlio, del lutto, inquadrato non solo nelle figure degli orfani Judy e Peter Sheperd ma anche negli eterni bambini Sarah White e Alan Parrish, interpretato dal compianto Robin Williams. Qui il sonoro si trasforma, si incupisce: quello di Jumanji è un mondo sconosciuto, minaccioso, che cela insidie e pericoli. Horner arricchisce quindi i suoi brani con toni tribali, primitivi, che incarnano la costante inquietudine che accompagna ogni indovinello, seguono l’ombra di ogni nuova minaccia, delineano il caos generato dal misterioso gioco da tavolo. Frequenti i legni, espressione di un singolare dualismo: da un lato, quando affiancati dall’orchestra, personificano gli enigmatici rischi della giungla, ma dall’altro, se accostati al pianoforte, comunicano tutta la nostalgia e i rimorsi dei protagonisti. La colonna sonora è uno dei fili attraverso i quali si dipana il viaggio dei quattro, conducendoli sino al sconfitta simbolica delle loro paure infantili e conquistando, finalmente, la maturità necessaria ad affrontare l’età adulta.

Concludiamo questa immersione con “Casper”, uscito nello stesso anno. Stavolta Horner fonde legni e voci per donare allo strano caso del bambino fantasma la consistenza di una struttura musicale organica e armoniosa. Il film segue le disavventure del dottor James Harvey, improvvisatosi scienziato del paranormale dopo la perdita della moglie, e sua figlia Kat, una Christina Ricci agli esordi. La colonna sonora si snoda seguendo l’evoluzione dell’inusuale amicizia – a tratti velata da romanticismo – tra Casper e Kat, che assiste quest’ultima nella crescita e fornisce a suo padre l’occasione di far pace col ricordo della donna che amava. Ma nonostante i temi ricordino quelli di “Jumanji” – la crescita, il lutto, il soprannaturale – il carattere delle musiche è diametralmente opposto: soffuso, delicato, vellutato sino a cullare lo spettatore. Gli unici sgarri che Horner si concede si verificano unicamente quando gli zii di Casper si impadroniscono della scena; per il resto della pellicola l’atmosfera è impreziosita dai molteplici pezzi al pianoforte, dai cori serafici, da malinconiche ninna-nanne come Casper’s Lullaby. La crescita emotiva e psichica di Kat e, per certi versi, dello stesso Casper – nonché il sunto del loro rapporto – è simboleggiato da One Last Wish, tema portante di tutta la pellicola divenuto con gli anni uno dei brani più rappresentativi della produzione horneriana per l’infanzia.

Una magia, quella di Horner, capace di animare, ravvivare e vivacizzare personaggi dai trascorsi disparati e storie dalle tessiture difformi. Un compositore che nelle sue creazioni per l’infanzia ha saputo incalanare nella sua musica le emozioni cardine dei bambini: lo stupore, il sollazzo, l’entusiasmo ma anche la tristezza, la paura e le insicurezze tipiche di quell’età cruciale. Il mondo cinematografico, soprattutto nelle persone dei suoi compositori, ha perso un artista dalla straordinaria abilità: in tanti, soprattutto esponenti del mondo della musica, hanno pianto la sua morte, dal maestro Hans Zimmer all’astro nascente Bear McCreary. Un tributo d’obbligo a un grande artista che ha saputo dare vita, forse più degli stessi sceneggiatori, a opere indimenticabili per le generazioni di bambini e ragazzi che le hanno guardate, respirate, vissute.

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