Sport

Iniesta 116’

di Vanni Filloramo

Alcuni sostengono che la decisività sia una condizione innata, uno status imprescindibile per la vita di un uomo, o di un atleta. Magari è così, potrebbe anche essere la spiegazione del perché così tante carriere sportive apparentemente baciate da un talento di fondo siano poi finite inspiegabilmente nell’oblio. Il saper cogliere l’occasione diviene così la prima prerogativa di chi vuole ritagliarsi uno spazio nella storia, il primo fregio di chi sente di poter divenire un’istituzione. A proposito di questo sottile argomento esiste, a mio avviso, un momento nel tempo, quello che per gli anglofoni (One Moment in Time) rappresenterebbe un crocevia di esistenze simili, aventi però da quel medesimo punto in poi esiti opposti.

È l’11 Luglio del 2010, siamo a Johannesburg e, nonostante ormai sia calato il sole sulla città e sul gremito FNB Stadium, la temperatura si mantiene comunque piuttosto alta, merito soprattutto del bollente respiro che la competizione soffia sul campo da gioco. Da una parte c’è l’Olanda, la squadra che a trentasei anni di distanza tenta di prendere in eredità il compito lasciato a metà dalla famosa Orange Clockwork di Johan Cruijff, dall’altra c’è ovviamente la Spagna, che due anni prima ha già conquistato gli Europei di Austria-Svizzera e che punta, attraverso un lieve rimaneggiamento del modello “Barcellona”, a dipingere di rosso anche il Sudafrica. Il match è una finale in piena regola, con squadre corte e giocate sicure, e tra il primo e il secondo tempo ci sono soltanto un paio di occasioni nitide per parte. C’è da dire che la prima di queste, capitata sul mancino dell’“Olandese Volante”, Arjen Robben, e sventata soltanto da un lieve movimento del piede destro di Casillas, abbia fatto davvero finire i cuori delle migliaia di tifosi in piedi a piazza Colòn dritto in gola. La decisività però, come detto, è una condizione innata, la stessa con la quale proprio lo sfortunato Robben ha dovuto a lungo fare i conti, guardando le più grandi occasioni della propria carriera scivolare via e dovendo soprattutto restare immobile a vedere, volta dopo volta, quel diabolico Momento nel Tempo arrivare e prendere il via dalla sua personalissima stazione con a bordo qualcun altro.

Questo qualcun altro ovviamente quella sera c’era, e rispondeva al nome di Andrés Iniesta. Il ragazzo proviene dal polveroso cuore dell’Andalusia più povera e arretrata, dove dalla tenerà età di cinque anni ha cominciato a trascorrere le proprie giornate scagliando un malandato pallone contro le mura del retro di un bar, quello di suo zio. Di talento però ne ha davvero tanto, e, disputata una buona stagione con la casacca dell’Albacete, arriva finalmente a sostenere un provino per uno dei due club più titolati e famosi d’Iberia, Il Barcellona. A vederlo oggi verrebbe da dire che Don Andrés, in tal modo soprannominato per la sua straordinaria elaganza, sia un giocatore di calcio pensato e realizzato per il club blaugrana. L’affermazione è assolutamente pertinente, e non va in alcun modo recepita come una mancanza di rispetto. Andrés è di fatto allo stesso tempo figlio nonché co-creatore del “Guardiolismo”; chirurgico interprete di un modello di calcio pensato da uno che aveva piedi e testa non troppo dissimili dai suoi. In virtù del suo stile di gioco si guadagna anche un secondo soprannome, quello de “L’Illusionista”, riuscendo, grazie al controllo praticamente infallibile che tiene sulla sfera, a trascendere gli spazi stretti come pochi altri sul pianeta. È come se fosse stato trapiantato da un campetto di Futsal in uno stadio, quasi non sa cosa significhi sbagliare uno stop. Tutte queste meravigliose caratteristiche, fuse tra loro, gli permettono di divenire l’uomo dell’anno 2010.

Pare strano ma si tratta ancora della solita zuppa, benedetta decisività. Proprio lui che a tre anni di distanza ha dichiarato di aver affrontato la competizione di calcio più importante del globo sull’orlo di una crisi depressiva. Non aveva fatto a tempo a metabolizzare l’aborto spontaneo della sua prima possibile figlia che ha dovuto fare i conti con l’ inspiegabile e tuttora irrisolta scomparsa di uno dei suoi migliori amici, l’allora capitano dell’Espanyol Daniel Jarque. Un bagaglio tanto complesso quanto formativo da portarsi dietro in una finale mondiale, la medesima rabbia che gli ha permesso infine, alla prima occasione personale nell’arco della partita, di scagliare dalla destra dell’area di rigore Orange quello strano Jabulani giù in fondo alla rete. È pazzesco, per cinque secondi gli astri si sono allineati misticamente a sorridergli, come se in fondo alla rete difesa da Stekelenburg ci fosse stata la soluzione a tutti gli scivoloni presi. Probabilmente no, non potrebbe in nessun modo bastare, almeno non con quella sensibilità. Magari però è stato il giusto schiaffo da sferrare al fato, un momento così lo ha incoronato senza ombra di dubbio “Uomo del Destino”, il primo “Rosso” fra tanti altri in piedi davanti la televisione, a soffrire agonizzanti. In quell’11 luglio Iniesta ha deciso la partita più importante della propria carriera al 116’, quando tutto sembrava in bilico, portando per la prima volta nella storia la selezione rossa sul tetto del mondo.

Di quel fantastico minuto ci resta fisicamente solo un omonimo gelato realizzato dalla Kalise (azienda di gelati spagnola), qualche maglia commemorativa e poco altro. Se però provassimo a scavare un po’ ci accorgeremmo che in realtà c’è qualcosa di più, forse uno di quei legami temporali indissolubili, un minuto diverso da tanti altri. E’ stato l’unico momento in grado di annullare, seppur per poco, i confini interni che minacciano l’unità spagnola, l’unico in grado di far assaporare ad un paese economicamente allo sbando una parentesi di ripresa. Ma sì, oltre ad un gelato fruttato resta il piacere di voltarsi e di contemplare incuriositi un momento diverso dagli altri, l’ impagabile soddisfazione di ritrovarsi in “un Momento nel Tempo”.

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