Cultura & Intrattenimento

Remake, retcon, reboot: come ti lucro sulla nostalgia mentre l’originalità muore

di Silvia Martignetti

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Sul binonio e l’intersecazione tra arte e quattrini i giudizi si sprecano: in qualunque epoca storica e area geografica nessun artista, filosofo, intellettuale si è trattenuto dal dire la propria. Dove c’è danaro l’arte scarseggia; e l’epoca contemporanea sembra sposare con volizione quest’enunciato. Il mondo cinematografico nella fattispecie, sotto l’influsso inarrestabile di Hollywood, studi di produzione e logiche economiche che serpeggiano tra telecamere e copioni, ha scoperchiato nell’ultima decade la propria (metaforica) tomba di Tutankhamon. E così, tra rifacimenti, riavvii, sequel, prequel, midquel, threequel e spin-off raffazzonati del terzo tipo ci imbattiamo – salvo sporadiche eccezioni – in cult in decomposizione le cui versioni moderne dal significato vacuo, la recitazione indegna, la regia scialba e l’impatto culturale annichilito scaraventano senza pietà l’infanzia degli appassionati nel cesso.

Tutti ricordiamo la prima pellicola, il primo cartone animato, la prima scena che ci ha rubato il cuore. È lì, stampata indelebilmente nella nostra memoria. Con gli anni ci si insinua dentro, plasmando il nostro modo di osservare, giudicare, vagliare l’estetica e soppesare le velleità registiche. E giocare sull’attaccamento ai nostri ricordi è quanto le major sanno fare meglio, specie se in ballo ci sono saghe cinematografiche milionarie che hanno impressionato le folle al punto da influenzare drasticamente l’immaginario comune. Marketing selvaggio e seguiti home-video non bastano più: purché si guadagnino tanti bei soldoni, ecco affidata al registucolo di turno la riesumazione di colossi anni ’60, ’70, ’80. Certo, di per sé un rifacimento, un riavvio, un seguito non equivalgono necessariamente all’apocalisse. I diritti d’autore sono un’invenzione contemporanea: l’arte trae ispirazione da fonti pregresse dacché l’umanità calca il suolo terrestre. La grande, voluminosa, mastodontica differenza sta nel confine tra copia e adattamento. Publio Virgilio Marone non compone “Iliade II: la vendetta”, non si arrabatta in un semplicistico copia e incolla; egli crea l’Eneide attingendo a un cosmo preesistente che rielabora in chiave inedita, rifacendosi a valori e consuetidini dell’epoca imperiale che tocchino il pubblico a cui si rivolge. Lo stesso discorso vale per il cinema, che a partire dall’ultimo decennio ha campato di resurrezioni miracolose dal sapore stantio.

Il fattore nostalgia è fondamentale per l’approdo di alcuni prodotti sul mercato. Prendiamo ad esempio l’attesissimo e temutissimo “Guerre Stellari: il Risveglio della Forza”: capolavoro conclamato o schifezza annunciata che sia, la strategia di marketing sino a ora attuata è stata magistrale. Teaser e trailer non rivelano allo spettatore il cuore della trama, ma accendono il futile dibattito tra fondamentalisti e non (l’elsa laser ha già scatenato numerose polemiche) e si concludono con una smaccata fellatio alle origini: se nel teaser il Millennium Falcon si libra in volo accompagnato dal tema originale composto da John Williams, nel trailer quell’Harrison Ford nei panni di un invecchiato Han Solo al fianco del compagno Chewbecca fa quasi urlare “Cento punti a Grifondoro!” La scelta del cast rientra, inoltre, in quell’esperimento tutto moderno di appigliarsi alle nuove frontiere dei diritti civili. Ci troviamo in un momento storico irripetibile: secoli di oppressione sono culminati in movimenti di liberazione che dopo decenni di attivismo cominciano a conquistare, se non la parità, perlomeno una dignità mediatica che ogni giorno dona nuova linfa al dibattito sui diritti. In un istante così delicato un segnale di apertura nei confronti di una minoranza, una categoria, una comunità oppressa vince fette di pubblico mai raggiunte prima. Ciò non vuol dire che ogni istanza di diversificazione equivalga obbligatoriamente alla strumentalizzazione – anzi, la loro importanza al fine di favorire processi di identificazione, empatia e integrazione è indubbia – ma è evidente che si marci sull’inclusività anche e soprattutto per attirare spettatori al cinema. Non è un caso che SWVII lanci un protagonista interpretato da un attore inglese di origini nigeriane, John Boyega, in un momento cruciale per la comunità afroamericana statunitense, affiancandolo, tra gli altri, alla messico-kenyota Lupita Nyong’o, vincintrice di un Oscar per nientedimeno che “12 anni schiavo”. Le presenze femminili aumentano rispetto all’unica quota rosa tradizionale: oltre a Nyong’o, Daisy Ridley debutta sul grande schermo in un ruolo principale assieme a Gwendoline Christie, stella de “Il trono di spade” e campionessa del movimento body positive.

5543ca93db753b82389cbd6e_vanity-fair-star-wars.0Vanity Fair annuncia l’uscita di “Guerre Stellari: Il Risveglio della Forza”

Riportare alla luce pietre miliari dello sci-fi è la giustificazione per eccellenza adoperata per trascinare fuori dal sepolcro franchise che, dati i fan sparsi in tutto il globo, costituiscono un guadagno sicuro. Ti piace vincere facile? E allora annuncia il prossimo rifacimento con un“Perché impedire alle moderne generazioni di godersi questo capolavoro con una moderna CGI?” Be’, perché replicare l’impatto culturale spontaneo che il film ebbe su generazioni radicalmente diverse è impossibile, tanto per cominciare. Ma si sa, quando è il cuore a comandare il cervello si spegne. E così frotte di appassionati si catapultano al cinema, gli occhi a cuoricino e l’infanzia pronta a essere brutalmente annientata. Un esempio significativo è rappresentato da “Star Trek”, pellicola del 2009 per la regia di J. J. Abrams, e il suo seguito, “Into Darkness”. Nonostante sia dotato di una grafica che farebbe impallidire Cameron dalla vergogna, il riavvio sgomma lontano dai temi cari al creatore, Gene Roddenberry, per insistere sugli ormai celebri personaggi della serie TV anni ’60 e ostentare battaglie tra astronavi con effettoni speciali in CGI. Quello stesso CGI che rappresenta una croce per tantissime serie animate sfruttate sino allo stremo: una su tutte “Tartarughe Ninja”, riproposta in talmente tante salse da rischiare di essere riciclata pure come varietà regionale di kebab. Ispirato dall’omonima serie fumettistica creata da Kevin Eastman e Peter Laird, il quartetto composto da Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Donatello aveva già visto un adattamento animato trasmesso dal 1987 al 1996 e tre film usciti al cinema tra il 1990 e il 1993, sfociati poi in una serie televisiva nel 1997. Ma non bastò resuscitare gli anfibi nel 2003 per una nuova serie che avrebbe contato ben sette stagioni; nel 2007 uscì infatti “TMNT”, il primo mostro in grafica 3D universalmente crivellato da critica e pubblico, seguito nel 2012 da una terza serie telesiva in CGI. Nel 2014 si realizza infine l’incubo di tutti i cinefili: il nuovo “Tartarughe Ninja”, realizzato con la tecnica del motion capture, è contemporaneamente remake e reboot della serie cinematografica. Basti dire che ha conquistato cinque nomination ai Razzie Awards (Peggior film, Peggior regista, Peggior sceneggiatura, Peggior attrice protagonista e Peggior remake, rip-off o sequel).

TartaNinjaDal 1987 al 2014 la strada è lunga. Peccato che la qualità della sceneggiatura sia inversamente proporzionale alla grafica.

Giungiamo, infine, al reiterato per eccellenza: il genere supereroistico. Alzi la mano chi non si è mai chiesto non solo perché nell’ultima decade sia così prolifico, ma, soprattutto, perché a comparire sullo schermo siano sempre gli stessi eroi. La risposta sta in queste due semplici paroline: diritti cinematografici. Negli anni ’90 i diritti dei personaggi Marvel sono acquistati da numerosi studi di produzione: è così che si originano la saga degli X-men e dei Fantastici Quattro, di proprietà della 20th Century Fox, e dell’Uomo Ragno, targata Sony. Quando, tuttavia, nascono i Marvel Studios e viene lanciato sul mercato “Iron Man” (2008), inaugurando di fatto l’Universo Cinematografico Marvel (Marvel Cinematic Universe, MCU), la Casa delle Idee scatena una frenetica crociata per riacquisire i diritti perduti e introdurre, far interagire, incontrare, scontrare i propri eroi nel MCU, come accade in “The Avengers” (2012), al terzo posto nella classifica dei film di maggiore incasso nella storia del cinema. Un risultato che ha fatto mangiare le mani agli avversari: la DC Comics, storica rivale fumettistica della Marvel, ha immediatamente annunciato la riesumazione del Cavaliere Oscuro, fresco di sepoltura dopo la trilogia nolaniana, per disporlo contro Superman e realizzare il sogno bagnato di milioni di nerd. Ma sono le lotte intestine tra i proprietari dei diritti Marvel a darsi filo da torcere. Sebbene, tuttavia, la 20th Century Fox non demorda – alla nuova trilogia degli X-men ambientata nel passato con il trio Fassbender, McAvoy e Lawrence si affiancherà “Fantastic 4 – I Fantastici Quattro” con un Johnny Storm afroamericano – la Sony sembra deporre le armi. Il progetto di creare una nuova saga con “The Amazing Spiderman”, girato appena cinque anni dopo la fine della trilogia di Raimi, è stato accantonato dopo un accordo stipulato con i Marvel Studios: nel 2017 uscirà, firmato Marvel/Sony, il terzo reboot dedicato all’Arrampicamuri. Un commento a caldo? Se si tratterà dell’ulteriore film sulle origini dell’Uomo Ragno, giuro che sparerò personalmente allo zio Ben.

new-spider-man-suit-02252013-110643L’Uomo Ragno di Webb (a sinistra) a confronto con quello di Raimi (a destra)

Insomma, da “Men in Black III” a “Pirati dei Caraibi: Mari Stregati”, da “Robocop” ai seguiti di “Una notte da leoni”, l’ordierna industria cinematografica ha dimostrato anche agli scettici di non farsi scrupoli di fronte a nulla. Quell’inguardabile “Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo” (2008), pellicola imbarazzante che perlomeno ha il merito di aver mandato il povero archeologo definitivamente in pensione, è solo la punta dell’iceberg, la cima di un’operazione commerciale di ampio respiro che sta mutando in un fenomeno capillare e, purtroppo, frequente almeno quanto le volte in cui l’americano medio va a pranzare al McDonald’s. Una resurrezione di massa che stride con la campana a morto che suona al funerale di quel concetto dimenticato dal tempo che a nessuno interessa disseppellire: l’originalità. Non farebbe male a nessuno ricordarlo quando andiamo a pagare il biglietto per guardare Chris Pratt che gioca coi dinosauri in “Jurassic World”.

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