Scienze & Tecnologia

Omeopatia: quando i farmaci fanno acqua da tutte le parti

di Domenico Maddaloni

Homeopathic pills

Oltre all’immancabile croce con luci psichedeliche, un chiaro segnale per capire che ci si trova davanti a una farmacia è la scritta a caratteri cubitali “Omeopatia”, parola che grazie al suo stile pienamente “medichese” spegne qualunque potenziale interesse a conoscerne il significato, attivando la tipica reazione del “nel dubbio, a soreta”.

Superando questo piccolo ostacolo, però, basterà digitare queste poche lettere su Google per capire che si tratta di una “pratica medica” basata su precisi princìpi cardine, scelta dai suoi sostenitori come unico (o quasi) metodo per curarsi dai malesseri, fisici o non.

Alla sola lettura (anche distratta) dei suoi princìpi, però, uno strano sentore sembra suggerire che questa “pratica” poi tanto “medica” non sia.

I pilastri dell’omeopatia

La pressoché totalità della teoria omeopatica è basata sulle teorie del medico tedesco Samuel Hahnemann, da lui esplicate in vari libri pubblicati nella prima metà dell’Ottocento (primo tra tutti La medicina dell’esperienza del 1806). Essa consta di poche e precise  idee-chiave:

– Primo tra tutti vi è il similia similibus curantur (il simile è curato dal simile), che deriva da un esperimento peculiare dello stesso Hahnemann: al suo tempo si conoscevano bene gli effetti positivi della corteccia di Chinona nel curare le cosiddette febbri intermittenti, ma per testarla il medico sperimentò la sostanza su se stesso, assumendola varie volte nonostante non fosse affetto dalla particolare malattia. Così facendo scoprì che la corteccia procurava dei sintomi molto simili a quelli delle febbri intermittenti, con un’intensità, però, decisamente ridotta. Da qui gli parve chiaro e palese il concetto che per curare un paziente si debba utilizzare un farmaco in grado di produrre nel soggetto una malattia molto simile a quella da cui è affetto, così da sostituirsi ad essa e poi scomparire.

– È chiaro che offrire a un paziente un medicinale che provoca degli effetti a dir poco spiacevoli risulta essere dannoso e molesto (oltre che grottesco). Per ovviare a questo problema Hahnemann ideò quella che oggi è la base dell’industria omeopatica: la diluizione.  In particolare oggi per produrre un medicinale omeopatico si parte da una certa quantità di sostanza benefica o principio attivo (immaginiamo per esempio un grammo) e lo si diluisce con acqua in proporzione 1:100 (nel nostro caso quindi si aggiungerebbero 99 grammi di acqua, per arrivare al totale di 100). Dopodichè il composto creato è sottoposto a un altro passaggio, la dinamizzazione, cioè viene semplicemente agitato. Fin qui potrebbe sembrare più che accettabile, se non fosse che questo processo viene ripetuto per ogni medicinale un numero di volte che può arrivare a 32 (!). Al nostro composto di 100 grammi, perciò, nel secondo passaggio saranno aggiunte 99 parti di acqua, ma stavolta ognuna sarà di 100 grammi! Il composto che ne viene fuori perciò peserà in totale 10000 grammi (dieci chili) ma il principio attivo presente è sempre di un grammo! Questo processo ripetuto fino a 32 volte arriva a numeri sconcertanti: per farsi un’idea, se il recipiente contenente questo composto fosse grande come il Sahara (9000000 chilometri quadrati) la quantità di principio attivo avrebbe una dimensione di gran lunga (almeno 18 volte) più piccola di quella di un granello di sabbia!

Immagine2
Esempi di farmaci omeopatici. La sigla CH indica che si è usata la proporzione di 1:100 e differisce dalla sigla DH che indica invece la proporzione 1:10. Il numero accanto indica quante volte ha subito il processo di diluizione-dinamizzazione. Sembrerebbe ovvio pensare che due soluzioni dello stesso principio attivo uno con sigla 1CH e l’altro 2DH siano equivalenti (infatti entrambi contengono un grammo di principio ogni 99 grammi di acqua), invece no: un omeopata farebbe notare che il 2DH è stato agitato una volta in più.

– Come è facile immaginare, quando questo preparato viene imbottigliato in boccettine per essere venduto, sarà praticamente certo che nella maggioranza più assoluta delle bottigliette non capiti nient’altro che acqua. Come si spiega questo evento paradossale? Come può un cucchiaio di acqua avere lo stesso effetto di uno pieno di medicinale? Per risolvere questo dilemma concettuale gli omeopati mettono in gioco il loro terzo principio base (che però non deriva da Hahnemann, bensì dai suoi successori): la memoria dell’acqua.

Ebbene sì, secondo un omeopata, l’acqua dei farmaci omeopatici, subendo i lunghi processi di produzione insieme al principio attivo, riesce ad assumerne e memorizzarne tutte le capacità benefiche. Sebbene il sistema possa essere ideale per i più disparati utilizzi quotidiani, sfortunatamente, è completamente inventato da fantasiosi studiosi e lontano nella maniera più assoluta dalla realtà.

Allora perché gli omeopati sono così convinti del loro metodo?

Più che essere convinti del loro metodo, gli omeopati sono certi della fallacia di quello medico tradizionale, definito da loro “allopatico”. L’idea principale che non manca mai tra le loro argomentazioni è l’accusa alle cosiddette Big Pharma, l’ipotetica “casta” farmaceutica. Le Big Pharma, secondo gli omeopati e altri #ComplottariDellaDomenica, non farebbero altro che creare farmaci fallaci, così da tenere ammalata la popolazione perciò costretta a comprare altri farmaci, incastrandola perciò nel loop in cui le uniche a guadagnarci sono le stesse case farmaceutiche.

L’accusa di guadagnare tramite la vendita di farmaci inutili sembra, però, un po’ ridicola, soprattutto se a muoverla sono delle persone che mettono sugli scaffali delle farmacie (e con prezzi neanche convenienti)  boccette d’acqua spacciandole per medicinali benefici o addirittura migliori degli altri.

In effetti la peculiarità dell’omeopatia è proprio questa: i prodotti che propone non sono affatto nocivi, non sono altro che acqua! A dire il vero è persino inadatto inserire l’omeopatia tra i Pharmakon, dato che le mancano entrambi gli attributi di “male” e “rimedio”. E’ per questo che continuiamo a trovare la scritta OMEOPATIA sulle farmacie: a far male non fanno male, quindi perché non permettere a persone convinte del metodo di comprarne i relativi medicinali?

Il vero problema è perciò un altro: se queste stesse persone saranno malate di qualcosa di veramente preoccupante, per cui potrebbe essere necessario agire urgentemente con metodi efficaci, ma continueranno a preferire i “rimedi” omeopatici, la colpa di chi sarà? (Delle Big Pharma?)

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