Costume & Società

Cultura Hippie: un tuffo nel passato

di Rocco Castellucci

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Anni ’60: il decennio dei figli dei fiori, quelli che vestivano in modo “strano”, con pantaloni a zampa d’elefante, coloratissime t-shirt e gli imprescindibili capelli lunghi. Il movimento pacifista degli Hippie fece strage di consensi tra i giovani del tempo e divenne il marchio di fabbrica di un’intera generazione. Ma perché stiamo guardando così indietro nel tempo? Perché guardiamo al passato piuttosto che al presente? La risposta è semplice. Questa generazione ormai morta ha lasciato il suo spirito nel cuore di molti, ha lasciato i suoi ideali e la sua voglia di libertà. Parliamoci chiaro: chi non vorrebbe, almeno per un giorno, aver vissuto in quegli anni?

Ma andiamo per gradi, il movimento Hippie inizia a formarsi nel corso degli anni ’60 negli Stati Uniti per poi diffondersi in tutto il mondo. Numerose sono le controversie riguardanti l’origine del nome. C’è chi sostiene derivi dalla parola “hipster”, inizialmente utilizzata per descrivere i beatnik (giovani della Beat Generation, sostenitori della rivoluzione sessuale, dell’utilizzo di stupefacenti, della musica folk e del rock psichedelico); chi, invece, che derivi dalla canzone “Harry the Hipster” di Harry Gibson del 1940. In ogni caso, qualunque sia la reale origine del nome, è certo che rispecchiasse gli ideali del movimento.

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 Gli Hippies  abbracciavano molti aspetti della filosofia orientale: si opponevano a qualsiasi tipo di violenza, politica o sociale, promuovevano un esistenza basata sull’amore, sulla pace e sulla libertà. La loro avversione verso il mercantilismo si riversava nel loro modo di vestire: l’abbigliamento prediletto era infatti quello proveniente da mercatini delle pulci o negozi di seconda mano. Come gli appartenenti alla Beat Generation, essi sostenevano l’uso di droghe leggere come mezzo per esplorare ed ampliare stati alterati della coscienza; evitavano invece droghe pesanti (quali eroina e anfetamine) considerandole nocive e assuefacenti.

Viene da chiedersi, però, cosa spingesse queste giovani menti ad abbracciare un completo nuovo stile di vita non proprio confortevole. Spesso si ritrovavano ad essere nomadi e girare il mondo in caratteristici bus colorati, divenuti poi il mezzo ufficiale di trasporto per questa generazione… Ciò che li muoveva era un profondo spirito di ribellione, come dimostrano precedenti movimenti di controcultura, ad esempio i Wandervogel (letteralmente “uccelli migratori”) in Germania che si opponevano all’urbanizzazione dilagante nel loro paese.

Ma, come tutte le correnti che nascono da un’ideologia, giusta o sbagliata che sia, si tende sempre all’ esasperazione, che porta a perdere tutti i principi che c’erano alla base. In questo caso furono problemi come la malnutrizione, la tossicodipendenza, il vivere per strada, l’accattonaggio e il traffico di droga illecito a rendere questo movimento negativo per sé e per gli altri e a farlo dichiarare “morto” nell’estate del 1967 dai Diggers bruciando l’effigie di un hippie nel Golden Gate Park.

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“Gli anni ’60 sono svaniti, la droga non potrà mai più essere così a buon mercato, il sesso mai così libero e il rock and roll mai così grande.”

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