Cultura & Intrattenimento

LiveWire – Eugenio in Via Di Gioia

di Antonio Bosco

Saranno le orecchiabili e incisive melodie pop-folk? Saranno i testi che spaziano dal “finemente intelligente” ad una comicità più esplicita? O forse il motivo che mi ha spinto a cominciare la mia rubrica parlando degli Eugenio in Via Di Gioia è che il calore e la partecipazione da cui il pubblico viene coinvolto ai loro concerti non li ho percepiti da nessun’altra parte.

Il nome del gruppo, un collage formato dai nomi di tre membri della band (Eugenio Cesaro, voce e chitarra acustica; Emanuele Via, piano e fisarmonica; Paolo Di Gioia, percussioni), così come il nome del disco, che per inciso è il nome del quarto componente del gruppo (Lorenzo Federici, basso), danno all’ascoltatore un’impronta da seguire per capire al meglio il complesso e il suo intento. La comicità che tocca anche molti argomenti del quotidiano – dai più leggeri come le difficoltà del mondo della musica nostrana (“Argh!”, “Ho Perso”, “Troppo sul Seriale”) ai meno leggeri, come il consumismo (“Pam”, “Il Mondo che Avanza”), o la propensione del genere umano alle menzogne (“Se gli Animali Parlassero e Pinocchio”) o al temporeggiamento (“Non Ancora”) – ma pur sempre con l’intento primario di divertire, di per sé non è di certo un modus operandi così originale, ma i quattro ragazzi di Torino, per aver vinto un premio “Buscaglione” per la critica e per avere alle spalle tappe su palcoscenici di tutta Italia (uno tra i tanti il Morgana a Benevento, nel quale il gruppo si è esibito lo scorso 6 Febbraio, ma anche l’Hiroshima Mon Amour a Torino che per molti gruppi rappresenta già un obiettivo), magari così male non sono. Ma parliamo di loro analizzando l’aspetto che, più dei già validi EP Urrà e il sopra citato Lorenzo Federici, ci permette di conoscere ed apprezzare quello che è indubbiamente il lato più interessante del quartetto: i live.

eugenioVentinove aprile; il locale non è pienissimo, ma l’energia strabordante si percepisce già da prima che i quattro salgano sul palco. Si parte con la classica Argh! che trasporta già lo spettatore in un clima di leggerezza che per buona parte del concerto farà da padrone sugli spiriti del pubblico; si prosegue poi con due brani dell’EP che personalmente reputo tra le migliori perle del gruppo, per poi continuare tra canzoni, sketch comici e anche alcuni (pochi, ma qualitativamente elevati) momenti più introspettivi, per poi chiudere con la classica festa sotto il palco e le voci del pubblico (non numerosissimo ma molto caldo) che si uniscono nel cantare i ritornelli, di quelli che si infilano in testa e non si scrollano.

SCALETTA

  1. Argh!
  2. Se gli Animali Parlassero e Pinocchio
  3. Prima di Tutto ho Inventato Me Stesso
  4. Ho Perso
  5. Troppo sul Seriale
  6. Emilia
  7. Noi Adulti
  8. Egli
  9. Pam
  10. Non Ancora
  11. Perfetto Uniformato
  12. Il Mondo che Avanza
  13. Re Fasullo D’Inghilterra

Concluso il concerto ed il post-concerto, dopo essermi beccato un ascolto di una nuova canzone in anteprima e qualche scambio di battute con i ragazzi, mi ritrovo su di un marciapiede con Eugenio Cesaro e Lorenzo Federici, e gli pongo qualche domanda.

Q: Prima di tutto non sono un giornalista, quindi le domande che vi farò saranno domande che mi interessano soprattutto da un punto di vista personale da musicista. Mi dicevate che avete influenze musicali molto diverse tra di voi, come siete giunti a trovare un equilibrio?
Eugenio Cesaro: Bella domanda! Diciamo che inizialmente ho cercato di guidare secondo i miei gusti, perché le canzoni le scrivevo io e le cinque canzoni dell’EP sono farina del mio sacco, di quando suonavo per strada; quindi ho cercato di dire come la pensavo, ho chiamato Paolo Di Gioia e gli ho chiesto di non suonare la batteria ma il cajon, ad Emanuele ho chiesto di prendere una fisarmonica e l’hanno fatto. La mia idea era di creare una roba molto folk – senza batteria poiché preferisco le canzoni in cui la batteria non sovrasta la voce – e con molti cori. Nessuno di loro aveva mai cantato, l’abbiamo presa come una sfida e ce l’abbiamo fatta. Poi abbiamo registrato il CD e ognuno ha dato il suo apporto, perciò secondo me è molto diverso rispetto all’EP, ma comunque ognuno sa come deve suonare la canzone: ad esempio Paolo Di Gioia viene dal blues, e se un pezzo deve suonare un po’ swing non lo suona con un ritmo blues.
Lorenzo Federici: Le influenze rimangono latenti dentro di noi, perciò non emergono nelle nostre canzoni.
EC: Le influenze ci sono, ma quando suoni in un gruppo e sai come deve suonare una certa canzone, le metti da parte.
LF: Lo stile si presenta in ognuno di noi in maniera diversa.
EC: Ad esempio Emanuele è talmente bravo che potrebbe riprodurre qualsiasi genere tu gli chieda di fare, stiamo lavorando ad un pezzo un po’ arabeggiante e lui ci sta tirando fuori dei giri fighissimi anche se non è il suo stile musicale. Per noi è un po’ più difficile perché non abbiamo mai studiato al conservatorio e non abbiamo il suo bagaglio culturale, però ci facciamo aiutare anche da lui.

Q: Immagino che abbiate tanta voglia di crescere e di fare sempre meglio. Utilizzando questo come punto di partenza, qual è il vostro target?
EC:
In realtà noi un target non l’abbiamo mai avuto, però ad esempio all’ultimo concerto che abbiamo fatto a Torino, al quale ha preso parte molta gente, c’erano persone di tutte le età, qualsiasi genere, andavamo dal rockabilly trentenne alle madri con le figlie, e anche i bambini, quindi erano presenti tre generazioni al confronto. Secondo me non dobbiamo porci un target, ma continuare a fare quello che facciamo e sperare di coinvolgere più gente possibile, perché a mio parere la musica che facciamo può arrivare a tutti. Questo è un fattore che può essere dalla nostra parte e che altri gruppi non hanno, siamo adatti a tutti, siamo un film con bollino verde.

Q: E il live infatti è il vostro maggior punto di forza anche per il modo in cui vi approcciate al pubblico: quanto avete sviluppato questa attitudine suonando per strada, facendo i “buskers”, e quanta invece era parte del vostro DNA?
EC:
Secondo me suonare in strada è stato fondamentale, perché per quanto tu sia estroverso – e io lo sono tantissimo, sono un esibizionista estroverso egocentrico – non basta, perché alla fine rischi di non sapere come comportarti sul palco, e suonare tanto in strada ci ha aiutato a capire un po’ i tempi, la risposta del pubblico, quando fare una cover e quando martellare con i nostri pezzi, anche se sembra una stupidaggine.
LF: Più che altro la strada ha insegnato a non avere paura delle persone, perché se sei in giro le persone sono pronte a giudicarti, mentre in un locale, quando hai passato lo step del “busker”, sai che le persone sono lì per te e stai festeggiando.
EC: Non devi più conquistarli, è come aver giocato a calcio con i piedi legati e poi all’improvviso te li ritrovi liberi, è tutto più facile.
LF: È come l’allenamento di Goku nella stanza dello spirito e del tempo!
EC: È stato bellissimo perché all’inizio ero soltanto io che parlavo, facevo il deficiente tra una canzone e l’altra, invece poco per volta ognuno di noi sta capendo la propria personalità; Lorenzo Federici non deve per forza fare le battute ad ogni canzone, perché secondo me il suo ruolo è proprio quello di dire poche cose ma ben piazzate, invece Paolo Di Gioia è un po’ più cazzone come me, Emanuele è quello più “serio” del gruppo.
L.F.: Se fossimo quattro “Eugenio” ci parleremmo sopra…
E.C.: Invece la cosa positiva è che ognuno ha trovato la sua posizione, ciò che vorremmo raggiungere è che ognuno abbia una personalità di cui la gente si ricordi, quando tu parli dei Beatles ti ricordi di John Lennon e Paul McCartney, però sarebbe bello parlare degli Eugenio in Via Di Gioia e ricordarsi di tutti e quattro.

Q: E il nome della band e dell’album sicuramente vi aiutano in questo intento. Per quanto riguarda la composizione delle canzoni, nasce prima l’idea del concetto da trasmettere oppure l’ispirazione arriva d’impatto, all’improvviso?
EC: Solitamente l’ispirazione nasce da una frase, oppure a volte mi metto lì su Word e scrivo un testo, un po’ lungo magari, dipende dalle situazioni. A quel punto parto, scrivo due o tre accordi su cui cantare la canzone e ci provo: se vedo che la canzone funziona, la porto per strada. Arrivo per strada con un canovaccio di un ritornello e una strofa abbozzata e da lì vedo la reazione del pubblico – questo succede quando sono da solo, perché se vado con la band gli altri non riescono a starmi dietro, poiché io improvviso, cambio, ripeto la stessa canzone cento volte – e da lì in poi riesco a capire la direzione in cui voglio andare. Quindi l’ispirazione arriva d’impulso ma poi dura tantissimo, perché vado per strada e poi torno a casa con le cose che ho capito, ma a volte non funziona e così via. Ad esempio il pezzo che ti abbiamo fatto sentire prima va avanti da mesi nei quali continuiamo a dire “ok, adesso è fatta” e poi lo stravolgo perché non sono mai totalmente soddisfatto; altre invece arrivano già pronte, dipende da pezzo a pezzo. E da lì lavoriamo tutti insieme sulla musica.
eugenio-in-via-di-gioia-torino-17-aprile-2015-recensione

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