Cultura & Intrattenimento

Perché dovremmo tutti inchinarci all’Hip Hop nel 2015

di Dylan Iuliano

Nascere in un piccolo paese come San Nazzaro per vivere la tua adolescenza a San Giorgio del Sannio ha tanti lati positivi. La tendenza spaventosamente comune a ghettizzarsi nella propria forma espressiva di riferimento sentendosi obbligati a ritenere tutto il resto merda non è uno di quelli. Nel mondo musicale di oggi non ha più senso distinguersi in “metallari”, “post-rockettari”, “stigrancazzi”, “iosonotroppoavantiperrientrareinunacategoria”, innanzitutto perchè abbiamo tutti superato i dodici anni, e in secondo luogo perchè abbiamo tutti superato i dodici anni.

Tendere alla bellezza. Trascendere la categorizzazione che ha caratterizzato la nostra infanzia e pre-adolescenza, non scadere nel discorso “mainstream = merda / underground = figo” perchè ciò ha generato abominevoli mostri come la sub-industria italiana a.k.a. nuovo cantautorato indie tra cui Lo Stato Sociale, Management Del Dolore Post-Operatorio, Officina della Vaffanculo e una catasta di altre banalità, dai riferimenti culturali e sociali incredibilmente privi di qualsivoglia ricerca che punti a trascendere la realtà, e che sarebbe troppo frustrante per me elencare in sequenza (ma ne parlerò in futuro).

Ed è per questo che oggi vi spiegherò perchè è importante inchinarsi all’hip-hop nel 2015.

Ritengo che in questo momento della storia (in cui l’espressione artistica ha raggiunto picchi di auto-referenzialità ridicoli) la cultura hip hop sia riuscita a conservare l’onestà e la coerenza che ha da sempre caratterizzato l’intero movimento, a partire dall’impatto sociale che va ben oltre ciò che è categorizzabile come “generazionale”, un modello per chiunque avesse l’esigenza di gridare “hai abusato della mia razza a sufficienza” ad una società sorda e segnata da dinamiche di potere innegabilmente caucasico-centriche come quelle statunitensi degli anni ’70 e ’80. Non che nel mondo di oggi sia realmente cambiato qualcosa, almeno in pratica.

È comunque interessante notare fino a che punto il malessere e la discriminazione della popolazione afroamericana confluiscano così genuinamente nella musica, come in uno straripamento assolutamente necessario. Il rap e la cultura hip-hop sono riferimenti ad un background, ad un contesto di disparità sociale la cui forma diventa megafono per amplificare l’eco di un messaggio condiviso (e non meramente individualista, per l’appunto auto-referenziale).

18-kendrick-lamar-pimp-a-butterfly.w529.h352.2xKendrick Lamar droppa un disco che viene etichettato dai suoi follower e dalla critica come un instant classic all’unanimità (forse anche in maniera troppo affrettata, come suggerito dallo stesso Lamar) ma in realtà To Pimp A Butterfly è un album di uno spessore enorme, che arriva dritto come un pugno in faccia con un tempismo perfetto in un contesto di tensione sociale pesantissima come quella che stanno vivendo gli Stati Uniti. L’album è stato anticipato dal singolo The Blacker The Berry, un inno maledettamente incazzato ispirato dall’ingloriosa vicenda di Trayvon Martin, che rispecchia tutti gli eventi affini che hanno preceduto e seguito quel caso specifico (Baltimora in fiamme in questo istante accende una lampadina?)

Nello splendore di questo pezzo, Kendrick si definisce il più grande ipocrita del 2015, si accanisce contro una specifica categoria di bianchi (“pianificate di terminare la mia gente, vandalizzate le mie percezioni”), sputa rabbia e consapevolezza su un beat fantastico e si dimostra ancora una volta il degno re del conscious hip hop da industria musicale. Quello che sorprende è che un album così curato in contenuti, critica sociale, estetica e riferimenti musicali sia arrivato ad un pubblico così ampio e sia stato accolto così positivamente, ma non può far altro che immenso piacere. Tra beat meravigliosi (e dello sperimentalismo che ha sempre caratterizzato la west-coast) in cui sembra di sentir respirare l’anima di J Dilla, collaborazioni con producers fantastici quali Flying Lotus, Dr.Dre e tanti altri, una coerenza stilistica gangsta ponderata alla perfezione, le classiche voci pitchate di K, se dovessi spiegare a qualcuno cos’è l’hip-hop west-coast suggerirei semplicemente di ascoltare questo disco.

Credo che una nota su How Much A Dollar Cost sia obbligatoria. In questo pezzo dal beat radioheadiano (vedi Pyramid Song) Kendrick sfoggia uno storytelling che farebbe invidia persino a Tupac se fosse in vita (pluricitato nell’album, che include anche un dialogo fittizio tra lui e Kendrick) e mirato ancora una volta ad analizzare, decostruire e condannare le disparità sociali. Un senzatetto a una pompa di benzina chiede al protagonista dei soldi, questi reagisce con il ben noto e patetico disgusto da uomo moderno. Ma il senzatetto si scopre essere Dio. “Ti dirò quanto costa un dollaro, il prezzo di un posto in paradiso, abbraccia la tua perdita, io sono Dio.”

Quando è uscito quel capolavoro dell’abstract hip hop fusion-electronica-free jazz che è You’re Dead! di Flying Lotus, Kendrick ha collaborato su questo pezzo (probabilmente il mio singolo preferito di tutto il 2014) venendo fuori con uno dei testi più belli nella storia dell’hip hop contemporaneo e, come se non bastasse, il pezzo è accompagnato da un videoclip commovente che ha umiliato una grandissima fetta delle produzioni cinematografiche venute fuori nell’arco dell’anno (sfido tutti voi a guardare questo e non avere i brividi). Il dopovita da $trada.

Come se To Pimp A Butterfly non fosse abbastanza per rendere il 2015 l’anno migliore per l’hip-hop da tempo immemore, Earl Sweatshirt pubblica la sua nuova fatica I DON’T LIKE SHIT, I DON’T GO OUTSIDE nello stesso mese. BOOM! Earl è un giovanissimo Californiano (classe 1994) che già dal 2010, anno di uscita del suo album d’esordio, bastona con classe infinita l’industria dell’hip hop becero mignotte-macchinoni-feste in piscina-pistole, riuscendo recapitare il suo messaggio in una forma stilistica ed espressiva molto lontana dagli stilemi del genere. Questo è un disco crudo, diretto, trasparente ed oscuro. Onesto. Onesto come può essere solo un ventunenne. E lo consiglio vivamente a tutti.

Ed eccomi al momento cruciale, dover scrivere dei Death Grips.

Per dirla tutta, io amo i Death Grips alla follia. Io odio i Death Grips allo stesso modo. I Death Grips sono abrasivi, violenti, menefreghisti e avanguardisti as fuck. Ma quello che ha attirato l’attenzione su di loro è anche la capacità di essere riusciti a far costantemente incazzare a morte fan ed etichette in ogni modo possibile. Hanno praticamente diffuso ogni loro disco prima dell’uscita ufficiale mandando a farsi fottere sforzi pubblicitari da migliaia di dollari. Si fanno scaricare dalla Epic Records, cancellano tour mondiali e apparizioni in festival del calibro del Lollapalooza, hanno preferito sciogliersi e mandare tutto a fanculo piuttosto che fare un tour insieme a Nine Inch Nails e Soundgarden lo scorso anno. Ma i Death Grips sono di nuovo insieme, contribuiscono a rendere il 2015 l’anno dell’hip-hop e sono ancora fighi. Il loro “The Powers That B” contiene due mixtapes diversi, Niggas On The Moon era già venuto alla luce l’anno scorso ed è una bomba, a cui contribuisce anche Bjork con la sua voce.

Vi ricordate del buon vecchio Kanye West (sempre che non lo conosciate solo in quanto marito coglione di Kim Kardashian) e del suo critically acclaimed Yeezus uscito nel 2013? Tutti hanno gridato al miracolo per quanto fosse sperimentale. Ecco, ora sapete da dove viene quell’estetica. Quello che non sapete è che ancora prima dei Death Grips, un ragazzo di nome B L A C K I E… All Caps, With Spaces, producer di Houston, Texas, l’aveva già ampiamente esplorata. C’è solo un problema. Io e B L A C K I E suoniamo negli stessi posti negli USA, apparteniamo allo stesso circuito, e come potrete immaginare ha poco a che fare con le arene ed il pubblico di Kanye. Qualcosa non torna, e non sono qui per far partire una campagna di crowdfunding in aiuto di me e B L A C K I E, quello lo farò in seguito (LOL).

Sono qui per dirvi che l’industria musicale troppo spesso cerca di arrivare ai vostri dobloni rubando l’estetica a cose underground uniche, diverse, preziose, e riproponendole in chiave insipida-scialacquata con la sola differenza di produzioni su cui vengono investite decine di migliaia di dollari in uffici stampa che gli artisti originali non sarebbero mai riusciti a pagarsi. Non è poi tanto lontano da ciò che è successo con Lana Del Rey e l’attitudine vintage-retronostalgia-polaroid-tumblr.

Ed è per questo che nel diagramma B L A C K I E –> Death Grips –> Kanye West io sarò sempre dalla parte di B L A C K I E, rivendicando con ferocia il suo contributo massivo alla scena hip hop sperimentale mondiale, che il mondo ahimè, ignora. Beccatevi questo.

E poi ci sono i Run The Jewels, aka El-P e Killer Mike, due leggende dell’hip hop che hanno recentemente unito le forze in una sinergia spettacolare per dare all’umanità un paio di album (e si spera di più in futuro) che verranno ricordati negli annali. Nonchè una citazione conclusiva perfetta per un articolo da pubblicare su un blog di provincia.

Potete tutti correre all’indietro nudi attraverso un campo di cazzi.

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