Le vite degli altri

Fino alla fine

di Serena Russo

Già quando ero una bambina e frequentavo le elementari, la mia maestra di inglese vide in me qualcosa che gli altri bambini non avevano. Un giorno si avvicinò e disse qualcosa che non dimenticherò mai: “Sai, un giorno lavorerai con le lingue, e sarai sicuramente una persona importante”. Beh, non sono sicura della seconda parte della sua frase, ma sicuramente lei capì, già da allora, che la mia inclinazione verso le lingue non era una semplice passione.
Non ricordo nemmeno quando ho davvero capito che volevo trasferirmi all’estero. Mi sembra di averlo sempre voluto, anche se nessuno lo avrebbe mai immaginato da una persona come me. Ero una bambina capricciosa, ero più che legata ai miei genitori, soprattutto a mia madre, ero molto dipendente da loro e immensamente timida. Nessuno avrebbe mai immaginato un destino del genere per me.

Tutto ciò che ricordo è che, un giorno della mia prima adolescenza, annunciai ai miei genitori che non volevo più vivere in Italia. Loro la presero alla leggera, pensando che fosse soltanto un capriccio temporaneo. Si sbagliavano. Ho vissuto, infatti, tutte le superiori pensando al mio futuro roseo, pensando a quando mi sarei finalmente trasferita in questa piccola nazione di cui mi ero innamorata tempo addietro: i Paesi Bassi.

Quando un olandese scopre che vengo dall’Italia, mi chiede sempre come mi sia venuto in mente di trasferirmi in questa nazione nuvolosa, pianeggiante, in questo piccolo buco che chiamano Nederland. La mia prima risposta è sempre una risata genuina, seguita da una risposta molto onesta: “In realtà non ne ho la più pallida idea!”. Ed è vero, semplicemente non so perché me ne sono innamorata: tutto ciò che so è che qui mi sento a casa, molto più che in qualsiasi altro posto in Italia.
In realtà, tutto è probabilmente iniziato alle elementari, durante una lezione di geografia: la nostra maestra ci disse che i Paesi Bassi si trovano sotto il livello del mare, quindi io pensai: “Wow, i bambini olandesi sono così fortunati. Possono vedere i pesci senza nemmeno dover andare sott’acqua!”. La mia innocenza di allora adesso mi fa sorridere. Ma questo fu uno dei motivi per cui, nell’estate tra l’ultimo anno delle medie e il primo anno delle superiori, non vedevo l’ora di andare finalmente a visitare i Paesi Bassi per la prima volta.
Dopo quel viaggio la mia vita è cambiata completamente. Ho vissuto per cinque anni sognando quella nazione, cercando di imparare un po’ della loro lingua ostica, al tempo con pochi risultati. Le persone credevano fossi matta, o semplicemente una ragazza molto viziata, la quale pensava che trasferirsi all’estero fosse come andare in vacanza. Mio padre sicuramente non era entusiasta all’idea, e solo Dio sa quante lacrime e quanta voce ho dovuto buttare per cercare di convincerlo a lasciarmi andare. Come se tutto ciò non fosse abbastanza, le università che avevo scelto accettavano soltanto 300 persone, scelte tra migliaia di richieste che arrivavano da tutto il mondo.

E poi un giorno, eccola. L’e-mail era lì, quasi mi fissava dalla mia casella di entrata. Il cuore mi batteva forte in petto mentre cliccavo sull’e-mail per aprirla, e in pochi secondi mi resi conto che, nonostante tutti gli ostacoli che avevo dovuto superare, avevo vinto. Il mio sogno si era avverato: ero stata accettata dal University College di Utrecht, così come da quello di Amsterdam. Decisi di andare ad Utrecht. Vi risparmio i dettagli sulla gioia che mi invase dopo aver saputo che ero stata ammessa, soprattutto perchè quell’estate, in fin dei conti, non fu per niente semplice.

utrecht_panoramaMolte persone credono che io sia più felice di loro, in quanto vivo all’estero. “Sai, io vado all’università con il pullman ogni mattina e vivo ancora con i miei genitori, mentre la tua vita… deve essere davvero forte!”. Mi dispiace deludervi, ma non è semplice come sembra. Ciò che conta davvero non è il percorso che seguiamo, ma la nostra destinazione finale. E la vostra destinazione ultima dovrebbe sempre essere una sola: realizzare il vostro sogno. Quindi non importa ciò che ho fatto, o ciò che voi avete fatto; ciò che conta davvero è che userete sempre tutte le vostre forze, tutte le vostre energie per realizzare il vostro sogno, e che non mollerete mai. Non sarà semplice, ma ne varrà la pena. Ve lo assicuro.

Tutti forse immagineranno questa ragazza molto felice, che si gode il sole olandese prima che l’università inizi. Ancora una volta vi sbagliate. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita olandese risale a due giorni dopo il mio trasferimento: mi rivedo sdraiata sul letto, mentre piango. Non è semplice lasciarsi tutto dietro. Io mi stavo lasciando dietro troppe cose, tutte in una volta: i miei amici e la mia famiglia, il mio sole italiano, i miei compagni di classe simpatici e quelli antipatici, le mie vecchie abitudini, il sole e il vento nei miei capelli mentre guidavo la mia Vespa, e così tante altre cose, impossibili da elencare qui. Qualcuno a me molto caro mi aveva detto che questo sarebbe successo, e aveva ragione. Non riuscivo a smettere di pensare che lui mi aveva avvertito, ma adesso era troppo tardi.

Dopo una o due settimane però iniziai ad abituarmi alla mia nuova vita, ed iniziai ad adorarla. Ciò che mi sembrava completamente nuovo iniziò a diventare normale per me, al punto che persino la mia stessa cultura iniziò a cambiare. Le mie abitudini erano nuove, persino la mia lingua principale lo era.

Sfidare me stessa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto, ma anche la più bella. Nella mia rubrica svelerò prima o poi altri dettagli della mia nuova vita. Spero di riuscire a farvi ridere descrivendovi alcune abitudini strane degli olandesi, ma darò anche voce a coloro i quali, proprio come me, hanno intrapreso questa avventura e si sono trasferiti all’estero, lontano dalle proprie radici.
Voglio lasciarvi per ora con un consiglio: non importa quanto difficile, impossibile, irraggiungibile i vostri sogni sembrino, seguiteli. Fino alla fine.

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